AFGHANISTAN

SCHEDA CONFLITTO


1919 La terza guerra anglo-afghana segna la fine del controllo britannico e la tanto sospirata liberazione dal protettorato inglese. Per l'Afghanistan si tratta di un momento di grande modernizzazione, guidata dall’eroe nazionale e leader dell’indipendenza Amanullah Khan. Quest'ultimo riesce a stabilire relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica e ad introdurre grandi cambiamenti, tra gli altri l'abolizione dell'obbligo di portare il velo per le donne.

1929 La contrapposizione tra forze conservatrici e modernizzatrici, che caratterizzerà tutto il corso del secolo, segna il primo avvicendamento al potere: il clan Mohammedzai sconfigge il sovrano, favorendo l'ascesa al trono di Mohamed Nadir Shah. Nel 1933, in seguito ad un attentato al re, succede il figlio Zahir Shah, che rimarrà al potere fino al 1973.


1953. Dopo lunghi anni di indipendenza e riconoscimento dei poteri dei diversi gruppi etnici, il primo ministro Mohamed Daúd Kan — cugino e cognato del re — inaugura una fase di forte modernizzazione: la nazionalizzazione dei servizi, la realizzazione dei sistemi d’irrigazione, la costruzione di strade, scuole e centrali idroelettriche, l’abolizione dell’uso obbligatorio del chador (velo) per le donne e la riorganizzazione delle forze armate. Il doppio aiuto ricevuto da Usa e URSS è garantito dal mantenimento di una posizione neutrale del paese nel quadro della "guerra fredda".

1963 Le fazioni tradizionaliste guadagnano potere e Mohamed Daúd è costretto ad abbandonare la carica di primo ministro. L'opposizione progressista è costretta ad organizzarsi clandestinamente, dando vita al partito democratico del popolo afghano (PDPA). Ben presto, però, il PDPA si divide: da una parte la fazione Khalq ("popolo", composta dall’etnia tadjik o afghano-persiana), rivoluzionaria di stampo operaio-contadino, capeggiata da Nur Mohammed Taraki e Hafizullah Amin, dall’altra quella Parcham ("bandiera", dell’etnia pashtun), che punta ad affiancare ad un’ampia base popolare gli intellettuali, la borghesia nazionale, le classi medie urbane e i militari, guidata da Babrak Karmal.

1964 Il re promulga una costituzione democratica, che segna il passaggio dell'Afghanistan da monarchia assoluta a monarchia costituzionale. In questo periodo si tengono elezioni libere e la stampa non è oggetto di censura.

1973 Mentre Zahir Shah è in viaggio in Italia, in seguito a un colpo di Stato, viene proclamata la Repubblica e Mohamed Daúd è il Presidente. Il governo, rompendo la neutralità, si avvicina all'Unione Sovietica e preme per una riforma di tipo laico, grazie al ruolo di primo piano assunto dalla fazione Parcham all'interno del PDPA. Nelle province iniziano a formarsi bande di conservatori che il governo cerca di reprimere, dando inizio a una spirale di violenza che affligge l'Afghanistan fino a oggi senza soluzione di continuità.

1978 I militari filosovietici del Parcham depongono e uccidono Daúd sostituendolo con Nur Mohamed Taraki. La maggior parte della popolazione mal sopporta i cambiamenti introdotti dal nuovo Presidente, accusato di voler "laicizzare" e "sovietizzare" il paese. L’opposizione religiosa si organizza militarmente, grazie all’aiuto economico e militare di Iran, Cina e Pakistan e Usa, questi ultimi preoccupati dell’avvicinamento dell'Afghanistan al mondo sovietico.

1979 A gennaio scoppiano i primi scontri tra opposizione ed esercito, che portano — un mese dopo — al sequestro e all'assassinio dell’ambasciatore statunitense a Kabul. Il conflitto si inasprisce con la sollevazione della popolazione di Herat. Cadono diversi rappresentanti sovietici e Taraki chiede l’intervento di Mosca, che però non risponde all’invito. Insieme ai conflitti, aumentano anche le divisioni interne al PDPA.

1979 16 Settembre. Hafizullah Amin, primo ministro ed esponente della fazione Khalq, avversa a Taraki, depone e assassina il presidente sostituendolo alla guida del paese. Ancora una volta i cambiamenti introdotti — eliminazione della dote, alfabetizzazione obbligatoria, riforma agraria radicale — incontrano l’opposizione dei signori feudali, dei dirigenti religiosi e di vasti settori di contadini: i gruppi guerriglieri si moltiplicano e Amin instaura un clima di repressione. Intanto l’opposizione religiosa si consolida in un fronte unico che riesce a controllare l’80% del Paese. I russi non apprezzano il lavoro di Amin che, scampato a diversi attentati, viene ucciso dai servizi segreti di Mosca durante la sollevazione dell’esercito del 27 dicembre1979

1979 Dicembre E’ il momento dell’ingresso dell’URSS in Afghanistan: l'ex vice primo ministro Babrak Karmal, che era esiliato a Praga, legittima la presenza sovietica, sulla base di un trattato di amicizia e collaborazione tra i due stati, e diventa il nuovo Presidente.

1980 La decisione dell'Unione Sovietica di invadere militarmente l'Afghanistan affonda le proprie origini nella posizione strategica del paese, corridoio privilegiato verso l’Oceano Indiano, ma anche e soprattutto nella volontà del regime di Mosca di porre un argine al dilagare della ribellione islamica verso le vicine repubbliche del Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. L’ONU condanna l’invasione mentre spedizioni di volontari islamici provenienti da tutto il Mondo raggiungono il territorio afghano per combattere "Satana". Dalla metà degli anni 80 partecipa alla resistenza antisovietica anche lo sceicco saudita Osama bin Laden, che a Pewshawar, in Pakistan, organizza il suo centro di raccolta di armi, fondi e volontari islamici, il nucleo della futura al-Qaeda (in arabo, "la base"). Quello afgano è un conflitto che gli Stati Uniti non disprezzano. Come testimoniano le dichiarazioni di Zbignew Brzezinski, allora Segretario del consiglio di sicurezza del presidente Jimmy Carter, l'amministrazione Usa accarezzava l'idea di "dare all’URSS il suo Vietnam". Carter ammetterà di avere armato le truppe ribelli afghane prima dell’invasione sovietica, ma nella sola speranza che tale annunciata invasione avvenisse al più presto.

1983 Gli effetti della guerra sono devastanti: i profughi afghani rifugiati in Pakistan sono già 3 milioni e mezzo, in Iran 2 milioni e migliaia in India, Europa e Usa. Il conflitto si inasprisce e le truppe sovietiche (circa 100mila unità) si trovano ad affrontare una guerriglia di mujaheddin sempre più pericolosa e organizzata, ufficialmente sovvenzionata dagli Stati Uniti.

1986 Babrak Karmal, al ritorno da un viaggio a Mosca, si dimette, ufficialmente per motivi di salute, e viene sostituito da Mohammed Najibullah, giovane medico ed agente della polizia segreta. L’obiettivo è quello di raggiungere la riconciliazione nazionale che Mosca auspica prima della ritirata. Nello stesso anno, infatti, il Segretario del PCUS, Michail Gorbaciov, inizia le trattative con il Presidente americano Ronald Reagan per un ritiro graduale delle truppe sovietiche dall’Afghanistan. A Mosca crescono i dubbi sull'opportunità e sull'efficacia dell'invasione.

1987 Il Presidente Najibullah annuncia la sospensione unilaterale dei combattimenti e la prossima ritirata delle truppe sovietiche.

1988 L’accordo afghano-pakistano di Ginevra, frutto del difficile lavoro iniziato sette anni prima dall'inviato speciale dell’ONU Javier Pérez de Cuellar, sancisce il termine del conflitto. Il ritiro delle truppe sovietiche diviene effettivo con la fine dell’anno, sebbene la reale caduta del regime di Kabul avvenga nel 1991, con la fine dell’impero comunista.

1989 Secondo le stime russe, dieci anni di guerra hanno causato la morte di 13.310 soldati e il ferimento di altri 35mila. Paradossalmente, il risultato più contraddittorio dell’invasione sovietica è stata la spinta verso la disgregazione del già traballante impero di Mosca: un risultato che, forse, neanche l’amministrazione Carter avrebbe potuto sperare. Sull'altro versante circa due milioni di persone — il 9% della popolazione afghana nel 1978 — sono cadute nei combattimenti. Il conflitto ha devastato città, distrutto l'economia, minato la convivenza futura delle diverse etnie. L'Afghanistan è un paese in ginocchio.

1991 La fine della sanguinosa occupazione sovietica coincide con l’inizio della tragica guerra civile tra i diversi gruppi islamici presenti sul territorio. Le tre fazioni più forti e organizzate sono lo Jamiat-i-Islami, gruppo islamico-moderato di etnia tagika, guidato da Ahmad Shah Massud (morto in seguito ad un attentato il 9 settembre 2001), lo Hezb-i-Islami, di stampo fondamentalista e di etnia pashtun, guidato da Gulbuddin Hekmatyar e le truppe uzbeke di Abdul Rashid Dostum. L’esercito di quest'ultimo (circa ventimila effettivi negli anni ottanta) è composto in buona parte da mercenari, passati dall’appoggio ai sovietici alla lotta contro questi alla fine degli anni Ottanta. Amnesty International ha ripetutamente richiesto l’arresto del loro capo, indicato come un "criminale di guerra". Oltre alle ingenti forniture economiche e militari degli statunitensi, sono anche le migliaia di armi lasciate al regime di Najibullah dall'esercito sovietico a favorire l'inasprimento del conflitto. Gli Stati Uniti, in base agli accordi di Ginevra, abbandonano ogni ingerenza in territorio afghano, mentre adesso sono Arabia Saudita e Iran a fronteggiarsi, finanziando gruppi di mujaheddin avversi.


1992 Burhanuddin Rabbani, leader tagiko, diventa il nuovo Presidente del paese, sostituendo Najibullah. L’alleato Massud viene nominato ministro della difesa.

1992-1994 Non si placano gli scontri tra il gruppo di Massud e quello di Hekmatyar (quest'ultimo appoggiato, dal gennaio del 1994, dalle truppe del generale Dostum). Si calcola che nel corso della guerra civile, combattuta principalmente intorno a Kabul, siano morte 15.000 persone.

1994 Il 17 giugno Hekmatyar riesce a conquistare Kabul e ad assumere la carica di primo ministro. Dopo avere fissato la sua residenza lontano dalla capitale, fa bombardare quest’ultima dalle truppe alleate. La disintegrazione dello stato centrale — ormai ai massimi livelli — è anche il risultato delle rivalità tra i vari paesi della regione centro-asiatica (Iran, Arabia Saudita, Uzbekistan, Pakistan e Russia) che intervengono più o meno direttamente nella guerra civile. Una guerra che provoca, nella popolazione, tanti morti quanti quelli causati dai sovietici.

1994 Verso la fine dell’anno fa la sua comparsa il gruppo armato dei talebani (studenti di teologia) nei pressi di Kandahar, a Sud del paese. I guerriglieri, di etnia pasthun — ma anche arabi e ceceni — provengono dal Pakistan, dove sono stati educati nelle scuole coraniche, le madrassa, e addestrati dai servizi segreti pakistani.

1995 Inizia l’avanzata dei talebani che assorbono gran parte delle forze militari di Hekmatyar, abbandonato dal Pakistan perché ritenuto ormai inaffidabile. Dietro l'affermazione talebana vanno tenuti in considerazione diversi fattori. Da un lato l'interesse di Arabia Saudita, Usa e Turkmenistan alla stabilizzazione dell'Afghanistan, per assicurarsi una "tranquilla" partecipazione alla spartizione delle riserve energetiche e petrolifere del Mar Caspio (le compagnie Delta Oil e Unocal, rispettivamente saudita e statunitense, sono in prima linea nelle concessioni). D'altra parte non va dimenticato il forte condizionamento esercitato dal Pakistan, in base alla dottrina della "profondità strategica islamica". I numerosi partiti politici fondamentalisti, le forze armate e i servizi segreti pakistani (l'ISI) vedono nel controllo dell'Afghanistan un elemento chiave negli equilibri della regione, soprattutto in funzione anti-indiana. Sono gli stessi settori che appoggiano l'insurrezione fondamentalista in Kashmir, territorio da sempre conteso tra India e Pakistan. I soldi pakistani favoriscono il passaggio di numerosi signori della guerra e delle loro bande armate dalla parte dei talebani

1996 Intorno alla metà dell’anno circa 8.000 guerriglieri talebani bombardano il centro di Kabul, che cade a settembre. Le forze di Massud lasciano la città di notte e i talebani fanno il loro ingresso senza combattere. Viene proclamato l’Emirato islamico dell’Afghanistan, comandato dal misterioso mullah Omar, ma solo tre paesi — Arabia Saudita, Pakistan ed Emirati Arabi Uniti — ne riconoscono la legittimità. Nello stesso anno Osama bin Laden rientra in Afghanistan e vi impianta il centro di comando di al-Qaeda, che prima si trovava in Sudan. L'ex presidente filo-sovietico Najibullah rifiuta la protezione di Massud e caduto nelle mani dei talebani viene impiccato nel centro di Kabul il 27 Settembre 1996.

1997 A giugno Massud diviene l’asse della nuova alleanza anti-talebana, Fronte Unito o Alleanza del Nord, che controlla circa il 10% del paese nella regione nord-orientale. Ufficialmente il presidente è ancora Rabbani e l'Alleanza del Nord ha un proprio rappresentante all'Onu, dove invece il regime talebano non viene riconosciuto. L’Afghanistan attraversa una crisi profondissima. La violenza della legge islamica — secondo l'interpretazione dei talebani — riduce le donne alla stregua di animali, costringendole alla schiavitù del burqa, senza diritto di lavoro e assistenza sanitaria; le libertà sono annientate e vengono proibite le arti e il divertimento (musica, televisione), ritenute immorali dal regime; il paese piomba in un periodo di oscurantismo.

1998 La cifre della crisi sono impressionanti: il 60% del sistema economico afghano è disintegrato e la corruzione affligge l’intero apparato statale. Sul territorio sono presenti circa 10 milioni di mine e un milione di persone sono mutilate. Gli afghani in esilio sono quattro milioni, molti dei quali vivono da anni nei campi profughi in condizioni estreme. A complicare il quadro contribuisce la questione droga. L'Agfhanistan è, alla fine degli anni 90, il principale produttore mondiale di oppio, elemento base per la produzione di eroina. La politica della War on Drugs (guerra alle droghe), propagandata dagli Usa e supportata dell'Agenzia delle Nazioni Unite per il controllo delle droghe (UNDCP), si rivela inefficace nel contrastare la diffusione dell'oppio afghano. Ma quel che è peggio è che, pur di colpire la produzione di droga, Stati Uniti e ONU non esitano a sovvenzionare il regime di Kabul. Nonostante le ripetute violazioni dei diritti umani e il clima di repressione in cui vive la popolazione afghana, i talebani ottengono i finanziamenti per sradicare o riconvertire le coltivazioni illecite, ma i risultati sono paradossali.

1998 7 Agosto. Al Qaeda rivendica gli attacchi contro le ambasciate americane in Tanzania e Kenya; di rimando, nel corso dello stesso mese, i bombardieri americani attaccano dei presunti campi di addestramento di al Qaeda al confine con il Pakistan.

1999 La produzione di oppio raggiunge l’incredibile record di 4.600 tonnellate (il 75% della produzione mondiale), scese a 3.800 l'anno successivo a causa una forte siccità. I proventi del traffico sono enormi e si calcola che il regime fondamentalista abbia ricavato, grazie alla tassazione del commercio di oppio, 200 miliardi di lire in un anno.

2000 12 Ottobre. Viene attaccata la nave da guerra americana Uss Cole, ancorata nel porto di Aden, di fronte alle coste yemenite, al Qaeda rivendica l'attentato che costa la vita a numerosi marinai americani.

2001 Contro ogni aspettativa, in seguito a un editto del mullah Omar — leader supremo dei talebani — che sancisce l'incompatibilità tra i precetti islamici e la produzione di stupefacenti, il paese è dichiarato poppy free, cioè libero dalle coltivazioni di oppio, dall'UNDCP. In realtà l'operazione presenta molti lati oscuri. Innanzitutto non è chiara la sorte delle ingenti scorte di stupefacenti accumulate nel biennio 1999-2000, che secondo molti studiosi sarebbero in grado di rifornire il mercato asiatico e euroepo per alcuni anni. Secondo l'AEGD (Associazione di studi geopolitici sulla droga) il crollo della produzione sarebbe stato deciso a tavolino dal regime talebano in seguito a un patto con diverse organizzazioni centro-asiatiche, per provocare l'aumento dei prezzi dell'oppio sul mercato internazionale.

2001 Sullo sfondo resta la tragedia di 600mila persone che lavoravano nei campi di oppio. Per costoro è venuta meno l'unica fonte di guadagno, dato che le coltivazioni alternative non sono altrettanto redditizie; molti sono costretti a lasciare il paese, quasi tutti hanno svenduto il proprio terreno, dopo anni di fatica e indigenza. Gli unici ad arricchirsi sono il regime talebano e i "signori della droga".

2001 11 Settembre. Il mondo è sotto shock. Due aerei si schiantano sulle Twin Tower di New York causandone
il collasso, mentre un terzo si abbatte, stando alle versioni ufficiali sul Pentagono, a Washington.

2001 In seguito a questi attacchi, che gli Usa prontamente imputano a bin Laden ed alla sua rete terroristica, l'Afghanistan - accusato di dare ospitalità allo sciecco saudita - viene attaccato dalle forze aeree anglo-americane con l'intento di abbattere le infrastrutture terroristiche presenti nel paese e il regime talebano, ripristinando la democrazia con l'uso intensivo dei B52.

2001 7 Ottobre. I violentissimi raid compiuti dall'aviazione inglese ed americana a cui il Pakistan del golpista Musharaf concede le basi militari, spianano la strada all'avanzata delle truppe dell'alleanza del Nord.

2001 13 Novembre Kabul cade mentre i primi di dicembre viene presa Kandahar, roccaforte dei Talebani. Ma nè bin Laden nè Omar cadono in mano americana. Lontani dall'essere disciolti i Taliban si ritirano sulle montagne afghane e lì ricominciato a riorganizzarsi, adottando quella strategia di guerra a bassa intensità già sperimentata in passato e che ha permesso, tra l'altro, la liberazione dall'occupazione sovietica. Inoltre gli aiuti logisti, militari e politici provenienti dalle popolazioni pakistane che vivono al confine tra i due paesi, permettono una forte ripresa della guerriglia contro le truppe della coalizione guidate dalla Nato e contro le neo-costituite forze di sicurezza afghane fedeli al governo Karzai, tanto che in più di un'occasione i bombardieri americani sono tornati in azione. Attualmente le zone di maggiore frizione sono il nord del paese, dove le ripetute tregue conseguite non hanno sedato i combattimenti tra le fazioni uzbeke e tagike, e soprattutto quelle al confine con il Pakistan, a sud e ad est.

2004 Una forte rispresa militare delle azioni dei talebani nel sud-est ha causato scontri violentissimi con le forze della coalizione, che hanno risposto anche con attacchi aerei. Da agosto ad oggi, secondo stime ufficiali, sarebbero circa 400 le persone che hanno perso la vita in questi scontri; tra le vittime molti combattenti talebani ma anche uomini della coalizione, operatori umanitari e molti civili.