
SCHEDA CONFLITTO
1914:
il primo conflitto mondiale viene portato nella regione dei Grandi Laghi
dalla belligerante Germania, che aveva il possesso delle colonie nel Ruanda-Urundi
(gli attuali Ruanda e Burundi). I Tedeschi attaccano le città del
Congo Belga sul Lago Tanganica scatenando la reazione del Belgio, alleato
della Gran Bretagna che era attestata in Uganda.
1915 – 1916: sia
il Ruanda che il futuro Burundi cadono nelle mani degli Anglo-Belgi, in
netta superiorità numerica.
1919 – 1937: l’occupazione
coloniale porta nella regione la religione cattolica, soppiantando radicalmente
la religione tradizionale, basata sul culto animista di Kiranga. Chi non
si convertiva godeva di meno diritti sociali. In questo periodo una grande
campagna missionaria di evangelizzazione converte la quasi totalità
degli abitanti della regione dei Grandi Laghi.
In particolare la Chiesa privilegia l’evangelizzazione dei Tutsi,
in accordo con il potere coloniale, allo scopo di formare una classe dirigente
locale affidabile e fedele; le Missioni hanno anche il compito di fornire
istruzione ed educazione politica. Gli Hutu sono quasi completamente esclusi
dall’accesso all'istruzione ed oggetto di discriminazioni.
1918: la Società
delle Nazioni, con il trattato di Versailles, assegnerà il protettorato
del Ruanda-Urundi al Belgio e quello del Lago Tanganica alla Gran Bretagna.
I Batutsi e Bahutu, così si chiamano la maggioranza degli abitanti
della regione, cambiano padrone.
1925: grazie ad una legge
del Parlamento belga, il Ruanda-Urundi gode di un trattamento particolare:
viene annesso amministrativamente al Congo belga e viene smantellata l’organizzazione
amministrativa precedente istituita dai tedeschi, che si affidavano ad
una sorta di autogestione del potere da parte dei capi locali (in maggioranza
Batutsi), da loro controllata.
1946: al termine della
seconda guerra mondiale, la neonata Organizzazione delle Nazioni Unite
conferma l’assegnazione del protettorato sulla regione al Belgio,
assegnando però alla potenza coloniale il compito di “favorire
il progresso economico, politico e sociale delle popolazioni, lo sviluppo
della loro istruzione ed inoltre favorire il progresso verso la loro capacità
di amministrarsi da soli”. L'occupazione belga durerà fino
all'inizio degli anni ‘60.
1952: in seguito alle
pressioni dell’ONU, che organizza visite di controllo per accertare
che la risoluzione del 1946 venga rispettata, il potere coloniale emana
un serie di ordinanze che ristrutturano l’organizzazione amministrativa,
riassegnando la gran parte della gestione territoriale agli autoctoni.
Il Governatore belga si limita a nominare un vice-Governatore che presiedeva
il Consiglio Superiore del Paese formato dalla locale aristocrazia, formata
in maggioranza sempre Batutsi (o Tutsi).
1963: Una statistica
indica come il 60% della popolazione della regione sia di religione cattolica,
mentre i musulmani sono praticamente assenti.
fine degli anni ‘50:
in quello che diventerà il Burundi la popolazione chiede di poter
costituire partiti politici.
anni ’60: esplodono
in Africa le lotte dei movimenti indipendentisti che porteranno alla cacciata
degli occupanti europei ed alla nascita delle Nazioni africane. Nel 1960
se ne contano 23.
Nel futuro Burundi reclamano tutti l’indipendenza del Paese, anche
se secondo modalità diverse che vanno dalla più radicale
richiesta di immediata partenza dei Belgi a quella di una fase di transizione
assistita che avrebbe, comunque, dovuto portare alla costituzione di uno
Stato sovrano.
I movimenti per l’indipendenza hanno come organizzatori soprattutto
i Tutsi che detengono molti ruoli chiave del potere amministrativo. A
questo punto la Chiesa cattolica ed il Protettorato belga si rendono conto
dell'errore commesso: di aver, cioè, privilegiato e formato una
parte della società indigena che ora gli sta rivoltando contro
e cercano di porre rimedio costituendo una lobby Hutu in funzione anti-Tutsi
e quindi, si spera, anti-indipendentista; gli Hutu, da sempre tenuti lontano
dalle leve del potere, hanno sviluppato astio e rancore verso i loro privilegiati
conterranei.
1959: il clima di odio
nella regione porta, in Ruanda, al primo massacro di Tutsi da parte di
una fazione Hutu che aveva tentato di mettere in atto una rivoluzione,
sostenuti ed organizzati anche dalla Chiesa cattolica.
A fine 1959 il Governo belga cede alle pressioni internazionali ed annuncia
un piano per dare l’autonomia alla regione; crea due sotto-governatorati,
uno per il Ruanda e l’altro per l’Urundi, separandone l’amministrazione
da quella del Congo.
Il Burundi diventa, così, una monarchia costituzionale con un re
Tutsi, ispirata a quella belga; il Belgio dovrà rispettare una
risoluzione ONU che lo invita a lasciare completamente il Paese entro
il 1 agosto del 1962.
1961: avviene un colpo
di stato, sostenuto dal Belgio, che instaura nel Paese un governo repubblicano
Hutu. Ma poco dopo il primo ministro Hutu viene assassinato ed il suo
posto è preso da un Tutsi, che si ritrova però a capo di
un Governo molto debole.
1965: gli odi tra le
due componenti, Tutsi ed Hutu, ricevono nuovo combustibile quando viene
di nuovo assassinato il primo ministro Hutu, Pierre Ngendandumwe ad opera
di un estremista Tutsi; una enorme provocazione che rinfocola la rabbia.
Poco dopo un gruppo di Hutu tenta un colpo di stato ed in tutto il Paese
avvengono delle rappresaglie contro i Tutsi, per il solo fatto che appartengono
a questo gruppo sociale. Ma il colpo di stato fallisce, per la grande
inferiorità di risorse militari ed economiche di cui gli Hutu dispongono
e viene represso brutalmente dai Tutsi che riprendono il potere compiendo
a loro volta massacri e dure repressioni: i morti sono migliaia.
Anche i grandi eccidi avvenuti nel 1972, nel 1988 e nel 1991-1993 non
saranno altro che riedizioni della stessa storia;
1972: gli scontri etnici
lasciano sul terreno circa 150.000 Hutu morti (i Tutsi compongono il 15%
della popolazione del Burundi, il restante 85% sono Hutu).
1987: “Queste storie
tra Hutu e Tutsi sono folcloristiche. La simbiosi tra le comunità
è più forte delle dissonanze e nessuno può cancellare
il loro retaggio comune”. Questa è la dichiarazione del Presidente
Tutsi del Burundi, Bagaza, in una intervista all’agenzia ANSA. Ma
i fatti gli hanno dato tragicamente torto: dopo 15 anni di instabilità
politica, con l’alternarsi di colpi di stato e Governi di breve
durata, nello stesso anno il suo Governo viene rovesciato dall’ennesimo
colpo di stato militare, sempre Tutsi, ed alla guida del Paese sale il
maggiore Pierre Buyoya.
1988: l’esercito
Tutsti impone una violenta repressione massacrando migliaia di Hutu, almeno
50.000, sempre con la scusa di voler reprimere preventivamente eventuali
ribellioni.
inizio degli anni ’90: grazie
a Buyoya, la situazione sembra prendere una svolta nuova e diversa: resosi
conto che la guerra etnica non sarebbe potuta andare avanti per sempre,
il maggiore golpista tenta di avviare un processo di democratizzazione
del Paese.
aprile 1993: il processo di democratizzazione culmina con la stesura di
una Carta costituzionale, la costituzione di più partiti e lo svolgimento
di libere elezioni.
Le elezioni, caso incredibile per un Paese africano, si svolgono senza
brogli e determinano la vittoria del FRODEBU (Fronte Democratico del Burundi,
il principale partito Hutu), per cui gli Hutu guidati da Melchior Ndadaye
divenuto Presidente si ritrovano al potere. Ed anche la composizione del
Governo rispecchia il clima di distensione che sembra regnare in Burundi:
i vincitori vogliono come Capo dell'esecutivo una donna Tutsi, l’economista
Sylvie Kinigi.
autunno 1993: il sogno
di democrazia dura, purtroppo, pochi mesi: i militari dell’esercito
rimasto a maggioranza Tutsi compiono un colpo di stato ed il Presidente
Ndadaye viene ucciso. Anche se il colpo di stato, di fatto, non cambia
la composizione del Governo (Sylvie Kinigi resta in carica) la reazione
degli Hutu è tremenda: centinaia di Tutsi vengono massacrati nelle
campagne burundesi per rappresaglia.
E la reazione dell'esercito è ancora peggiore: solo nell’ultimo
decennio si calcola che la violenza intra-etnica abbia provocato 300.000
di morti. Gli sfollati nei Paesi vicini, soprattutto la Tanzania, sono
centinaia di migliaia.
Il Burundi richiede l’intervento di una forza di interposizione
di pace dell’ONU, ma questo viene rifiutato dal segretario Boutros
Ghali.
gennaio 1994: nell’ennesimo
tentativo di placare gli odi, viene eletto Presidente Cyprien Ntaryamira,
un altro Hutu, che però viene ucciso tre mesi dopo sull’aereo
presidenziale ruandese insieme al suo omologo Juvenal Habyarimana, presidente
del Ruanda ed Hutu anch’egli. I due stavano per atterrare all'aeroporto
di Kigali, capitale del Ruanda.
L’attentato, condotto sembra da una fazione di Hutu ruandesi che
poi hanno tentato di gettare la colpa sui Tutsi del Fronte Patriottico
ruandese, accresce l’instabilità nell'intera regione, aggravando
lo scontro in Burundi e provocando quel gigantesco massacro di Tutsi ed
Hutu moderati, compiuto dagli Hutu, che viene perpetrato in Ruanda: quasi
un milione di morti.
fine 1994: viene eletto
Presidente un altro Hutu, Ntibantunganya, ma la situazione nel Paese rimane
altamente instabile a causa delle centinaia di migliaia di profughi provenienti
dal Ruanda che alimentano ulteriormente disperazione, odi e contrasti
tra le etnie che si fronteggiano. La guerra civile continua.
1996: con un colpo di
stato, sale al potere nuovamente Pierre Buyoya che nell’agosto costituisce
un Governo di unità nazionale nel tentativo di porre fine alla
guerra civile, come al solito invano.
agosto 2000: un primo
spiraglio di pace si apre con gli accordi di Arusha (città della
Tanzania sede, tra l’altro, di un Tribunale penale internazionale)
quando viene siglato un accordo di cessate il fuoco tra Governo e forze
ribelli grazie alla prestigiosa mediazione del Presidente del Sudafrica
Nelson Mandela. Due forze ribelli Hutu si rifiutano di firmare, però:
sono le CNDD-FDD (Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia -
Forze per la Difesa della Democrazia) di Pierre Nkurunziza e le FNL (Forze
di liberazione nazionale) di Agathon Rwasa, che restano ancora i principali
antagonisti del Governo di coalizione nazionale.
Ad Arusha si decide, oltre al cessate il fuoco, anche che il Paese sarebbe
stato governato per i primi diciotto mesi dal Tutsi Pierre Buyoya a capo
di un Governo di transizione misto e come vice Presidente Domitien Ndayizeye,
Hutu appartenente al partito moderato FRODEBU. Alla fine dei 18 mesi sarà
previsto un avvicendamento al potere con la nomina a Presidente proprio
di Ndayizeye.
dicembre 2002: la volontà di deporre le armi viene ribadita a con
un’altro accordo al quale questa volta partecipano le CNDD-FDD,
sempre ad Arusha, ma anche questa volta gli odi hanno la meglio sulla
volontà di pace: continuano le razzie e gli scontri.
Gli sfollati per quasi dieci anni di combattimenti sono quasi un milione:
la Tanzania ne ospita circa 350.000, rifugiati nei campi dell'UNHCR, ma
si stima che ve ne siano almeno altri 300.000 dispersi per il Paese. Almeno
280.000 vagano, invece, per il Burundi alla ricerca di cibo ed un riparo.
primavera 2003: a Buyoya
succede, come previsto, l’attuale Presidente Ndayizeye, anch’egli
alla guida di un Governo di unità nazionale che dovrebbe traghettare
il Paese verso la concordia etnica e le libere elezioni.
Al processo di pace messo in atto con le CNDD-FDD non hanno mai partecipato
le FNL. Questi ribelli hanno sempre rifiutato ogni ipotesi di dialogo
con il Governo, accusato di essere succube delle forze armate, guidate
per ora dai Tutsi, secondo loro i veri detentori del potere in Burundi.
Hanno chiesto, quindi, di poter condurre delle trattative direttamente
con i generali Tutsi, cosa che è sempre stata loro rifiutata.
20 luglio 2003: dopo
una sanguinosa settimana di assalto alla capitale Bujumbura condotta dalle
FNL che ha provocato più di trecento morti, CNDD-FDD e Governo
siglano l’ennesimo impegno per una tregua. Questo accordo scatena
le ire degli uomini di Rwasa che accusano le CNDD_FDD di essersi alleate
con il Governo per eliminarli.
settembre 2003: scoppiano
violenti scontri tra le due forze ribelli nella provincia di Bujumbura
ed in quella settentrionale di Bubanza, scontri che continuano sporadicamente
anche ora.
8 ottobre 2003: viene
firmato un accordo definito “storico” tra Governo e CNDD-FDD,
grazie alla mediazione del presidente del Sudafrica Thabo Mbeki e del
presidente del Parlamento sudafricano Jacob Zuma, mediatore-capo per il
processo di pace in Burundi.
Nell’accordo è stato deciso il futuro assetto che dovranno
avere Governo e Parlamento, ma soprattutto la ripartizione del controllo
sulle forze armate. Le FDD occuperanno il 40% dei posti - chiave dell’esercito
ed il 35% delle forze di polizia.
Sul piano politico le FDD hanno ottenuto quattro Ministeri e la vicepresidenza,
nonché 15 seggi in Parlamento.
Per ora sembra, quindi, che una parte degli Hutu abbia raggiunto la tanto
agognata pacificazione dopo dieci anni di guerra e trecentomila morti,
sperando, appunto, che non sia solo l’ennesima firma su di un pezzo
di carta. Rimane da affrontare il difficilissimo compito di coinvolgere
anche le FNL nel processo di pace e cominciare la ricostruzione.
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