
SCHEDA CONFLITTO
LA GUERRA CIVILE IN
COLOMBIA
Per comprendere la natura della guerra civile colombiana,
è necessario analizzare gli attori coinvolti, basicamente l’esercito
regolare, i paramilitari di destra e le guerriglie di sinistra, senza
dimenticare il narcotraffico. Inoltre, va considerata la dimensione tipica
della politica colombiana, caratterizzata da élites che praticano
la prevaricazione, il clientelismo e la violenza. Da decenni, tanto i
detentori del potere economico quanto i loro acerrimi rivali, le guerriglie,
concepiscono la forza come il principale strumento per modificare –
o mantenere invariato – l’ordine politico. A questi attori,
vanno aggiunti fenomeni rilevanti come il banditismo e gli interessi internazionali.
Tanto il governo quanto le multinazionali statunitensi hanno inciso profondamente
sulla politica colombiana sin dall’inizio del secolo scorso. Da
qui, dev’essere eliminata la visione, molto diffusa in Italia, che
tende a ricondurre le dinamiche del conflitto alla produzione e commercializzazione
degli stupefacenti.
Oggi, la Colombia vive una realtà pressoché ignorata dai
mezzi di comunicazione europei e caratterizzata dalla grande diffusione
della violenza. I gruppi guerriglieri organizzano centinaia di sequestri
di persona l’anno, i narcotrafficanti controllano porzioni di territorio
come signori feudali e i paramilitari, con il placet dell’esercito,
sterminano intere comunità di civili, se sospettati di coinvolgimento
con qualche fazione della guerriglia. Le prime vittime del conflitto sono
i civili, fra cui le tribù di indios: questi diventano oggetto
della repressione dei guerriglieri e dei paramilitari se accusati di collaborare
con la fazione nemica. Nel 1997, si stimavano circa 700.000 profughi interni,
oggi si è arrivati probabilmente a due milioni e mezzo di rifugiati.
Col pretesto di lottare contro le organizzazioni di narcotrafficanti,
le autorità governative hanno combattuto varie forme di opposizione,
armate e civili. Negli ultimi anni, il governo ha elaborato, in collaborazione
con gli strateghi di Washington, il concetto di “narcoguerrilla”,
che implica un’ipotetica saldatura fra ribelli in armi e cartelli
del narcotraffico. La realtà è ben distinta da questa elaborazione,
come dimostra il fatto che gli omicidi legati alla commercializzazione
della droga non hanno mai superato il 6% del totale.
Decenni di conflitto – senza interruzioni significative –
hanno provocato un’emergenza gravissima, quella dei rifugiati interni,
stimati in due milioni e mezzo di colombiani. Se gli abitanti di una determinata
area sospettano che essa si trasformi in teatro di operazioni belliche
o di razzie, vendono i loro averi e – a seconda delle disponibilità
– si rifugiano all’estero o si riversano nelle baraccopoli
delle grandi città. Questo fenomeno porta a scenari urbani potenzialmente
catastrofici, caratterizzati dalle tendenze che contraddistinguono le
periferie di ogni metropoli dell’America Latina. Si tratta di zone
fuori controllo, spesso prive di infrastrutture basiche, in cui il potere
dello Stato è sostituito da quello di bande criminali di svariata
dimensione e capacità organizzativa. Da questo punto di vista,
la situazione delle periferie di Bogotá, Medellín e Cali
(finora considerate come città tutto sommato esenti dai risvolti
più cruenti della guerra civile) non promette nulla di buono poiché,
ai problemi di criminalità legati allo spaccio di stupefacenti,
si aggiunge una polarizzazione di carattere ideologico.
La natura e la complessità del conflitto colombiano richiedono
una trattazione molto vasta e critica nei confronti della versione offerta
dai media, che tendono a ridurre la guerra civile a un mero scontro fra
Stato, paramilitari e guerriglie che si finanziano con il narcotraffico.
IL SISTEMA POLITICO
Storicamente, il sistema politico colombiano è stato segnato dal
patto fra élites, divise ufficialmente fra conservatori e liberali
e formate dai rappresentanti dei grandi proprietari agricoli. La vigenza
di questo sistema bipartitico ha portato ad una profonda crisi di rappresentatività
e all’immobilismo del sistema politico, a sua volta alla base dell’astensionismo
e delle rivendicazioni, spesso violente, dei settori della società
esclusi dalla gestione del potere. Fino all’inizio del decennio
scorso, il regime colombiano era definibile come una “democrazia
di facciata” che ricorreva da trent’anni allo stato di assedio
per difendersi. Dagli anni ’80, sono proliferati sindacati di categoria,
movimenti indigeni, di contadini, per i diritti umani, che hanno agito
con la modalità dei cosiddetti paros cívicos, ossia scioperi
su base locale che hanno portato a blocchi stradali e all’occupazione
di edifici pubblici. La scarsa rappresentatività del sistema politico
e le frequenti azioni di repressione nei confronti del sindacalismo rurale
ed urbano hanno portato ad un indebolimento della vita istituzionale del
paese, fattore alla base del rafforzamento delle guerriglie di sinistra.
In questa crisi si sono innestati i cartelli del narcotraffico, portando
alla degenerazione completa della società. Anche se è errato
ricondurre le ragioni del conflitto alla questione della droga, va puntualizzato
che il potere di corruzione di questa permea la vita sociale colombiana
da oltre 25 anni, lasciando immuni ben pochi attori. Oggi, il flusso del
denaro sporco che invade la politica non viene più elargito spudoratamente
in banchetti pubblici, ma è introdotto nel sistema finanziario
internazionale ed entra camuffato nelle casse dei partiti. I sospetti
– o meglio le certezze – relativi alla collusione fra politica
e narcos si concentrano sui Presidenti Betancour (1982-1986) e Samper
(1994-1998), mentre ci sono prove molto chiare di coinvolgimento nel narcotraffico
relative al padre dell’attuale Presidente Álvaro Uribe.
Negli ultimi anni, grazie al denaro della cocaina, un nuovo gruppo di
grandi proprietari terrieri sta prendendo le redini della politica nazionale,
scalzando progressivamente la vecchia oligarchia rurale. In breve, la
rendita fondiaria funge come canale di riciclaggio del denaro della droga.
LE GUERRIGLIE
Fra le decine di movimenti di ribellione armata che hanno operato o operano
in Colombia, i più importanti sono le Fuerzas Armadas Revolucionarias
de Colombia (FARC), la Unión Camilista – Ejército
de Liberación Nacional (UC-ELN), l’ Ejército Popular
de Liberación e il Movimiento 19 de Abril (M-19). Alcuni di questi
sono nati negli anni ’60, altri fra gli anni ’70 e ’80.
Nel corso degli anni ’90, alcune guerriglie hanno abbandonato le
armi e si sono trasformate in partiti politici.
I predecessori di queste sono i movimenti di reazione alla persecuzione
operata dal governo conservatore (1946-1953) e culminata con l’omicidio
di Jorge Eliécer Gaitán, del 9 aprile 1948. In particolare,
quest’avvenimento dà origine ad una rivolta che parte da
Bogotá e si diffonde nei principali centri urbani del paese. La
spirale di violenza politica iniziata nel 1948 si protrae per decenni
e lascia un saldo di circa 300.000 morti.
La guerriglia più celebre e potente della Colombia è rappresentata
dalle FARC, nate negli anni ’50 con matrice liberale dissidente,
in seguito spostatesi a sinistra. Si tratta della formazione ribelle più
longeva dell’America Latina fra quelle ancora in attività:
il suo nucleo ha origine negli anni della dittatura militare (1953-1957)
e si sviluppa nel successivo periodo caratterizzato dalla spartizione
del potere fra liberali e conservatori. Le FARC, sorte ufficialmente nel
1964, hanno agito prevalentemente in aree rurali, giungendo a controllare
porzioni consistenti del territorio colombiano e sostituendosi all’autorità
statale. Come le altre guerriglie, le FARC si schierano ideologicamente
a fianco dei più disagiati, con l’obbiettivo (irrealistico)
della conquista del potere e della riforma agraria.
Sin dalla sua nascita, l’ELN si lega al governo castrista cubano
e propone un vasto programma di riforme sociali. Negli anni ’70,
la repressione governativa e le faide interne portano l’ELN sull’orlo
dell’estinzione, tuttavia risorge grazie a una nuova dirigenza formata
principalmente da elementi del movimento studentesco.
Le guerriglie sono il principale obbiettivo della violenza politica, tratto
distintivo dello scenario colombiano sin dall’indipendenza. La persecuzione
s’intensifica dagli anni ’70 per mano dei gruppi paramilitari,
del narcotraffico e delle forze armate. In molte occasioni, è stato
scoperto il coinvolgimento di membri dell’esercito colombiano in
azioni di repressione di presunte basi delle guerriglie e in appoggio
dei narcos. In concomitanza con il nuovo ciclo politico-economico degli
anni ’90, le FARC sono giunte a raggruppare oltre il 40% dei 30.000
guerriglieri stimati in attività. In quella fase, si contano 56
fronti delle guerriglia, in 2/3 del territorio nazionale. Grosso modo,
questa espansione qualitativa e quantitativa è il risultato della
sconfitta dei due principali cartelli della cocaina. Attraverso i proventi
della tassazione sul narcotraffico, imposti ai cartelli minori, e sull’estrazione
petrolifera, l’ELN e le FARC offrono buoni stipendi a molti giovani
che vivono nelle campagne, superiori a quelli delle stesse forze armate
regolari.
Oggi, le FARC sono composte da almeno 10.000 combattenti, organizzati
in oltre 70 fronti sostanzialmente autonomi fra loro. L’UC-ELN dispone
di circa 5.000 guerriglieri e opera su una trentina di fronti. Nelle aree
controllate, i ribelli mantengono l’ordine sociale e lasciano ai
coltivatori della coca una quota più alta rispetto a quella elargita
nelle altre zone di coltivazione dello stupefacente. Va ricordato che
in molte regioni della Colombia, la coltivazione della coca rappresenta
l’unica fonte di sostentamento per le masse contadine, mentre il
governo continua a non offrire alternative sostenibili – in nome
del libero mercato – e promuove le fumigaciones, cioè la
distruzione dei campi di coca tramite lo spargimento di diserbanti nocivi
per l’intero ecosistema amazzonico.
L’ESERCITO E I PARAMILITARI
Di fronte allo sviluppo delle guerriglie e alle loro pretese di influenzare
politicamente le masse contadine e urbane, apparati dello Stato colombiano
hanno elaborato dagli anni ’70 una strategia reazionaria, orientata
dalla “dottrina della sicurezza nazionale”. Secondo questa
strategia, promossa dagli Stati Uniti per contrastare in tutta l’America
Latina l’avanzata delle forze progressiste, i governi hanno implementato
un “conflitto di bassa intensità”. Da qui, alcuni apparati
dello Stato colombiano hanno fomentato la creazione di un apparato paramilitare
volto all’eliminazione selettiva degli oppositori politici, come
i militanti di sinistra, i sindacalisti e i missionari scomodi. L’applicazione
di questi principi ha implicato la repressione di importanti settori della
popolazione contadina e dei sindacati, costituendo uno strumento delle
élites finalizzato al controllo sociale.
È noto che molti membri dell’esercito regolare colombiano,
collocati in tutte le posizioni della gerarchia, hanno partecipato a questi
squadroni, attratti dall’ideologia, dalla certezza dell’impunità
e dal migliore trattamento salariale. Grazie ad una normativa favorevole,
membri delle istituzioni di pubblica sicurezza hanno predisposto delle
squadre di paramilitari e le hanno dotate di armamenti. Con la finalità
dichiarata di contrastare l’avanzata delle guerriglie, questi squadroni
hanno coinvolto la popolazione di molte aree nella lotta armata e hanno
creato un’atmosfera di terrore, eliminando centinaia di sindacalisti,
di attivisti per i diritti umani e di politici dell’opposizione.
Oltre agli omicidi selettivi e mirati, i paramilitari si sono macchiati
di stragi vere e proprie di contadini sospettati di appoggiare le guerriglie.
In tal modo, hanno associato la lotta armata alla protezione degli interessi
elitari, come lo sfruttamento delle risorse naturali, il latifondo e il
narcotraffico.
La partecipazione dei militari regolari ai “gruppi d’autodifesa”
è nota dal 1983, mentre le testimonianze di molti ex-membri hanno
permesso di conoscerne la composizione, le modalità operative e
il grado di copertura offerto dagli apparati dello Stato.
Nei primi anni ’90, i paramilitari hanno collaborato con le truppe
scelte del governo USA per localizzare e catturare Pablo Escobar, divenuto
troppo scomodo nelle relazioni bilaterali. Oggi, il capo del cartello
del Valle del Norte (Diego Sánchez Montoya), il trafficante più
ricercato dal governo statunitense, finanzia lautamente i paramilitari
e controlla, tramite un esercito privato, una regione occidentale della
Colombia.
Negli ultimi dieci anni, i paramilitari hanno cessato di esistere come
mero strumento guidato da forze esogene e si collocano come un attore
dotato di una consistente autonomia nella politica colombiana. Cercando
di darsi una struttura organizzativa più stabile, nel 1997 sorgono
ufficialmente le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). La loro retorica
ufficiale è moderata, spesso fanno ricorso ad alcune tematiche
dello stato sociale care alla guerriglia, tuttavia la loro azione di repressione
dei movimenti sociali e delle presunte basi della guerriglia è
estremamente feroce. Uno dei loro leader, Salvatore Mancuso, è
stato eletto deputato nel Parlamento colombiano.
IL NARCOTRAFFICO
Alle rivendicazioni degli attori in conflitto, si aggiunge la questione
del narcotraffico, che ha reso celebre la Colombia a livello mondiale.
Da molti anni, questo paese è il primo produttore mondiale di foglia
di coca e di cocaina, come dimostrato i dati dell’UNODC (United
Nation Office for Drug and Crime), inoltre i cartelli gestiscono produzioni
di marijuana e di eroina.
Fino alla prima metà degli anni ’90, la commercializzazione
della cocaina è portata avanti da pochi mega-cartelli. Le organizzazioni
criminali di Cali e di Medellín sviluppano un grado importante
di controllo del territorio e accumulano somme enormi di denaro facendo
affari con i vertici della politica nazionale. In questa fase, il 65%
del traffico di cocaina è controllato dai due cartelli principali,
mentre circa 60 gruppi criminali di dimensione minore si spartiscono il
resto. L’aumento del potere dei narcos è simbolizzato dall’elezione
alla Camera di Pablo Escobar, leader del cartello di Medellín,
avvenuta nel 1982. In pochi anni, i boss dei cartelli diventano personaggi
popolari, grazie alla creazione di migliaia di posti di lavoro in aree
depresse e influenzano la politica nazionale attraverso la rete di corruzione
di autorità militari, giudiziarie e amministrative alimentata dal
denaro della coca.
D’altra parte, si sviluppa anche il potere militare del narcotraffico,
basti pensare che fra il 1985 e il 1989 si dimettono nove ministri della
giustizia, in seguito alle minacce elaborate dai cartelli. Nel corso del
decennio scorso, sono stati uccisi centinaia di giudici, politici, giornalisti
e poliziotti.
L’inizio degli anni ’90 corrisponde anche alla crescita dell’allarme
sociale causato dal narcotraffico, percepito come molto pericoloso dagli
Stati Uniti. Il governo colombiano ripristina il trattato di estradizione
con gli USA, mentre i cartelli riprendono la strategia degli attentati
individuali e collettivi. Le politiche di repressione implementate dal
governo colombiano, con l’ausilio degli USA, hanno decapitato i
grandi cartelli, in seguito all’eliminazione o all’arresto
dei leader più famosi. In seguito, si sviluppano vari cartelitos,
ossia organizzazioni di narcotrafficanti di dimensioni ridotte e quindi
di minore visibilità. Questi si dimostrano capaci di gestire una
porzione rilevante del traffico di cocaina a livello mondiale, attraverso
l’interazione continua fra loro e con organizzazioni criminali di
livello internazionale, come la ‘ndrangheta e i clan mafiosi albanesi.
Dalle ceneri delle grandi organizzazioni criminali è nato anche
l’ultimo mega-cartello, denominato del “Valle del Norte”.
In tale congiuntura, caratterizzata anche da espropri forzati di piccoli
agricoltori per mano del latifondo, le guerriglie si rafforzano e cessano
di coprire un ruolo marginale nella politica nazionale, giungendo a dominare
vaste aree del territorio nazionale. I boss della coca reinvestono i proventi
in industrie e terre coltivabili, controllandone, secondo la polizia,
circa il 42% a livello nazionale. Va ricordato che la questione della
terra in Colombia è ancora irrisolta. Il 4% della popolazione detiene
oltre il 65% dei terreni coltivati; in questi latifondi si trova la grande
maggioranza delle coltivazioni dei prodotti – banane, caffé,
canna da zucchero e cotone – destinati all’export. A peggiorare
il quadro generale, contribuisce la coltivazione di papavero da oppio,
da cui si deriva l’eroina. Questa è stata introdotta negli
anni ’80, tuttavia è diventata rilevante dalla fine del decennio
scorso. In questo modo, i cartelli stanno operando come concorrenti delle
organizzazioni criminali asiatiche, specializzate nell’introduzione
dell’eroina negli Stati Uniti.
Nel corso degli ultimi venti anni, la pressione del governo
USA sulle istituzioni colombiane ha portato alla produzione di strumenti
giuridici e a veri e propri interventi militari. In particolare, la Iniciativa
Regional Andina e il Plan Colombia hanno utilizzato i pretesti del narcotraffico
e delle cosiddette “narcoguerillas” per intervenire direttamente
contro le FARC e l’ELN. Dal 1984, il governo degli Stati Uniti investe
miliardi di dollari in armamenti e in addestramento delle forze armate
colombiane, ufficialmente per fronteggiare un nemico allo stesso tempo
rivoluzionario e protagonista del traffico mondiale di cocaina. Al fine
di dimostrare questa saldatura, il governo colombiano ha prodotto prove
che raramente non si sono dimostrate artificiali. La menzogna è
quindi un elemento fondamentale della guerra civile, poiché ad
essa si è ricorso tutte le volte che è necessario mascherare
il fallimento delle operazioni militari contro FARC ed ELN.
LA RICONCILIAZIONE NAZIONALE FALLITA
Il processo di ricostruzione democratica e di riappacificazione delle
fazioni in lotta, iniziato e fallito a più riprese, si è
arenato a causa della crisi economica e dell’impasse politica.
Il nuovo corso di politica economica, implementato durante gli anni ’90,
ha percorso la strada della liberalizzazione e della privatizzazione,
avviando una parziale modernizzazione delle infrastrutture. L’andamento
positivo degli indicatori economici non deve fare pensare ad un miglioramento
complessivo delle condizioni di vita della popolazione. Il varo delle
politiche neoliberiste ha lasciato insoluta una serie di questioni, quali
l’aumento della sperequazione nella distribuzione del reddito, la
violazione dei diritti umani e la penetrazione degli interessi del narcotraffico
in tutti i gangli della vita sociale. Le migrazioni interne, originate
dalla ricerca di migliori condizioni di vita e dal coinvolgimento in operazioni
militari, hanno portato all’aumento dimensionale delle periferie
urbane e alla “colonizzazione” di porzioni consistenti delle
regioni amazzoniche, con pesanti conseguenze in termini di disboscamento.
A ciò, vanno aggiunte le perforazioni seguite alla scoperta di
nuovi giacimenti di petrolio, il cui sfruttamento è gestito da
investitori internazionali.
Dopo il 1992, la Colombia è tornata in una spirale
di violenza che non si è interrotta, mostrando il fallimento del
processo di riconciliazione del periodo 1999-2001. Gli sforzi governativi
per i negoziati di pace, intensi durante il mandato di Pastrana, hanno
dato una dimensione politica al conflitto, facendo emergere i reclami
di settori consistenti della società colombiana. In breve, i negoziati
fra forze governative e guerriglie falliscono per l’ostilità
di alcuni apparati reazionari dello Stato al dialogo con i ribelli e per
le richieste formulate da FARC e ELN durante le trattative. Il governo
ha rifiutato il progetto di riforma agraria, che ha trovato la feroce
ostilità dei latifondisti, e il disarmo graduale delle guerriglie.
A tale riguardo, le FARC e l’ELN non hanno voluto disarmarsi in
risposta al clima d’impunità in cui hanno operato le organizzazioni
paramilitari.
In generale, si è osservata una convergenza fra gli apparati statali
e paramilitari contro il dissenso politico e armato: il governo, le AUC,
i boss della mafia e i latifondisti si sono spesso fronteggiati, tuttavia
hanno individuato un nemico comune nelle guerriglie e nelle formazioni
della sinistra parlamentare. Quindi, i detentori del potere civico ed
economico non possono che essere acerrimi nemici di quelli che da decenni
sostengono la riforma agraria, appoggiano le rivendicazioni delle classi
disagiate o sequestrano i ricchi.
Dal 2002, il governo di Álvaro Uribe, indipendente
di destra sostenuto dall’amministrazione Bush, ha portato alla radicalizzazione
del conflitto con le guerriglie e alla graduale legittimazione delle AUC.
Se nel decennio scorso il fallimento dei negoziati di pace era implicabile
alla mancanza di volontà del governo di affrontare le cause alla
radice dello sviluppo delle guerriglie, fermandosi alla semplice smobilitazione
dei gruppi armati, il nuovo corso è caratterizzato dall’applicazione
della mano dura nei confronti delle FARC e dell’ELN. L’ex
leader riconosciuto dei paramilitari – Salvatore Mancuso –
è entrato nel Parlamento colombiano, nonostante gli Stati Uniti
avessero incluso le AUC nella lista mondiale dei gruppi terroristi. Oggi,
queste ottengono notevoli guadagni dalla commercializzazione degli stupefacenti,
collocandosi come terza organizzazione di narcotrafficanti della Colombia.
Sull’altro versante, molte delle connotazioni ideologiche che hanno
caratterizzato le FARC e l’ELN si sono affievolite, creando una
situazione molto confusa: basti affermare che sono frequenti i casi di
guerriglieri che passano alle AUC, attratti dal migliore trattamento economico.
Il consenso di cui godevano le guerriglie fino a una decina di anni fa
è diminuito, lasciando spazio all’indignazione popolare nei
confronti delle azioni cruente compiute dalle FARC contro la popolazione
e le infrastrutture civili. Queste hanno perduto parte dell’appoggio
dei settori progressisti della popolazione, per rifiutare sistematicamente
il dialogo e per adottare un atteggiamento egemonico nei confronti degli
altri movimenti sociali e ribelli.
Nonostante le guerriglie abbiano sofferto varie sconfitte
militari, la situazione non pare preconizzare una vittoria delle forze
governative, elemento che invalida un esito non negoziale del conflitto.
Tuttavia, il governo di Uribe ha promosso la risoluzione armata, lanciando
un’offensiva – militare e non – contro le forze ribelli.
In questi anni, l’esercito regolare, spesso coadiuvato dalle forze
paramilitari, ha aumentato le offensive contro FARC e ELN, mentre il governo
ha promosso la costituzione di alcuni strumenti di controllo sociale volti
a fare “terra bruciata” nei confronti delle guerriglie, incentivando
la collaborazione della cittadinanza con le forze armate. Nelle “zone
liberate”, in seguito alle operazioni congiunte di esercito regolare
e paramilitari, l’industria della cocaina è diventata fiorente,
nella soddisfazione generale: il governo ricaccia il nemico n.1 e legittima
la spesa militare, gli industriali non hanno ostacoli allo sfruttamento
della manodopera, i baroni della coca fanno affari d’oro in quanto
cessano di pagare la tassa alle guerriglie.
Gli Stati Uniti hanno mantenuto molto elevato il flusso di finanziamenti
alle forze di sicurezza colombiane. Al di là della retorica della
“narcoguerrilla”, Washington è decisa a contrastare
gli attacchi ai suoi interessi economici in Colombia predisposti dalle
FARC e dall’ELN, principalmente agli oleodotti e alle coltivazioni
di frutta tropicale. Inoltre, varie multinazionali USA si sono impossessate
di vasti territori ricchi di acqua, uranio e biodiversità.
Le notizie sul conflitto colombiano, diffuse dai media
controllati dall’attuale governo conservatore, paiono preannunciare
un’imminente sconfitta dei ribelli. Tuttavia, un’analisi più
attenta, resa difficile dalla scarsità di informazioni attendibili,
lascia pensare al fallimento del tentativo di sconfiggere militarmente
le guerriglie. A peggiorare il quadro complessivo, contribuiscono le accuse
rivolte da Uribe al Presidente venezuelano Hugo Chávez, accusato
di fornire appoggio logistico alle FARC nel suo territorio. Per concludere,
la guerra civile in Colombia pare molto lontano da una risoluzione, tanto
militare quanto negoziata, a causa della disposizione degli attori coinvolti.
L’arrivo alla Presidenza di una personalità progressista
potrebbe costituire il primo passo verso la ripresa del tortuoso percorso
verso la pacificazione.
CRONOLOGIA DEL CONFLITTO
1946 Vittoria dei conservatori alle elezioni presidenziali,
con M. Ospina Pérez. Agitazioni operaie per l’aumento del
costo della vita.
1948 Il dissidente liberale Gaitán
si pone come elemento di rottura del patto di spartizione del potere fra
conservatori e liberali. In aprile viene assassinato e i suoi sostenitori
organizzano rivolte in tutto il paese. I militari intervengono per reprimere
le sommosse.
1949 Vittoria elettorale del conservatore
L. Gómez Castro, che reprime ferocemente l’opposizione e
chiude il Parlamento. La Colombia è l’unico paese latinoamericano
che invia truppe in Corea, al fianco degli Stati Uniti.
1953 I liberali e l’esercito costringono
Gómez Castro alle dimissioni
La giunta militare di G. Rojas Pinilla adotta misure dittatoriali. Il
paese vive in uno stato di guerra civile.
1957 Le manifestazioni di piazza, del
clero e dei militari costringono il dittatore al ritiro. Una giunta militare
provvisoria ripristina le libertà civili. Liberali e conservatori
stipulano un patto per governare assieme, costituendo il Frente Nacional.
Grazie a questo accordo, gli esponenti dei due partiti si alternano alla
Presidenza per 16 anni.
1958 Il liberale A. Lleras Camargo diventa
Presidente, per un periodo ricordato fra i più pacifici della storia
colombiana. Risanamento dell’economia, riforma agraria e ascesa
economica complessiva del paese.
1962 Vittoria del conservatore G. León
Valencia alle elezioni presidenziali. Inizia una spirale inflazionistica,
crolla il prezzo del caffé e si innescano manifestazioni di protesta
in tutto il paese, duramente represse.
1964 Nascono ufficialmente le FARC,
come reazione alla repressione governativa contro le formazioni contadine
legate al Partido Comunista.
1965 Nascita della UC-ELN, in seguito
ad un processo di radicalizzazione di alcuni settori del partito liberale.
1966 Il vecchio liberale C. Lleras Restrepo
diventa Presidente della Repubblica, promuove la riforma agraria e indebolisce
il banditismo e la nascente guerriglia filo-castrista.
1968 Nasce l’ELP, nella regione
atlantica, come risultato dei conflitti sociali sviluppatisi in una regione
caratterizzata dall’export di banane.
1969-1970 Agitazioni in tutto il paese,
con contestazioni molto diffuse.
Nel 1970, M. Pastrana Borrero vince le elezioni presidenziali, ma il clima
di rivolta incipiente porta alla proclamazione dello stato d’assedio
fino al 1974.
1973-1974 Manifestazioni antigovernative
in tutto il paese. Si succedono occupazioni delle università, agitazioni
nelle campagne e occupazioni delle aziende agricole, dovute alla lenta
implementazione della riforma agraria. L’attività di repressione
ufficiale mette in difficoltà molte formazioni guerrigliere, costringendole
a rifugiarsi nelle regioni amazzoniche.
1974 Scade lo storico patto di alternanza
fra liberali e conservatori alla Presidenza.
Le elezioni presidenziali sono aggiudicate dal liberale A. López
Michelsen, in una situazione di debolezza dell’opposizione e di
vasto astensionismo. La guerriglia intensifica la sua azione nelle zone
rurali e il governo proclama continuamente lo stato d’assedio.
1978 Il liberale J. Turbay Ayala è
eletto Presidente, governa per 4 anni in un clima di progressiva militarizzazione
e dittatura strisciante. Si registrano l’allargamento della protesta
e 70.000 arresti. Inizia una forte recessione economica, attenuatasi solo
nel 1986. Questa produce grande disoccupazione nelle città, mentre
la lentezza della riforma agraria non incide sulla distribuzione iniqua
delle terre coltivabili.
1981-1990 Le guerriglie vivono una fase
d’espansione, successiva ad un processo interno di autocritica,
volto ad eliminare settarismo e militarismo. Le richieste sociali formulate
entrano nell’agenda del dibattito pubblico nazionale.
1982 Il conservatore E. Betancourt diventa
Presidente, varando il primo piano per la pacificazione nazionale, teso
a scalfire la crescente popolarità delle guerriglie. Proclamazione
di un’amnistia e sottoscrizione di una tregua.
1984 Si delinea una divisione fra le
FARC, propense a dare uno sbocco politico alla guerriglia con la creazione
del partito Unión Patriótica (UP), e gli altri gruppi armati,
propensi al lavoro in commissioni attive in vari settori.
1985 Sostanziale fallimento del progetto di riconciliazione
nazionale. A ciò contribuiscono la mancata deposizione delle armi
e lo scarso appoggio dei partiti tradizionali e dei militari. Gli apparati
dello Stato contrari al dialogo finanziano le uccisioni dei militanti
delle formazioni di sinistra (fra il 1985 e il 1989 oltre 3.000 appartenenti
a UP sono uccisi dalle formazioni della destra extraparlamentare). L’M-19
e l’ELP rompono la tregua e a novembre membri della prima formazione
occupano il palazzo di giustizia di Bogotá. L’esercito interviene
e uccide 200 persone, fra cui molti giudici progressisti.
1986 Il liberale V. Barco vince le elezioni
presidenziali, mentre UP ottiene il 4% dei voti.
1986-1990 Si assiste ad un graduale
decentramento del potere statale, mentre la lotta al narcotraffico porta
a grandi investimenti negli apparati repressivi (esercito e polizia) e
i problemi sociali rimangono irrisolti.
1989 I cartelli uccidono L.C. Galán,
candidato liberale alla Presidenza, ostile al negoziato con i trafficanti.
I paramilitari assassinano i leader dei partiti M-19 e UP, in seguito
a questi attacchi le FARC riprendono la lotta armata.
1990 Vittoria del liberale César
Gaviria alle elezioni presidenziali. Gaviria promuove un governo di unità
nazionale, che comprende anche l’M-19, e rilancia il dialogo con
le guerriglie e i cartelli. In economia, adotta misure d’urto di
tipo neoliberale.
1991 Nelle elezioni per l’Assemblea
Costituente, l’M-19 si piazza al secondo posto dietro i conservatori,
rompendo per la prima volta il duopolio elettorale conservatore-liberale.
Viene approvata la nuova Costituzione, ultima grande speranza di ritorno
alla normalità democratica. Una porzione considerevole dell’ELP
decide di smobilitarsi, in accordo con il governo.
1992 Il paese ripiomba nel caos, in
seguito agli attacchi dei paramilitari agli esponenti delle ex-guerriglie.
Le FARC e l’ELN rompono la tregua, in un contesto di crescita qualitativa
e quantitativa dei loro contingenti.
1993 A dicembre, reparti speciali dell’esercito
colombiano uccidono il leader del cartello di Medellín, Pablo Escobar.
1994 Una frazione dell’UC-ELN
firma un accordo di smobilitazione col governo di Gaviria. L’esercito
colombiano, coadiuvato da reparti speciali statunitensi, svolge operazioni
contro il cartello di Cali.
Il liberale E. Samper vince le elezioni presidenziali. Durante il suo
mandato, lo Stato colombiano collassa in varie regioni.
1995 Il Presidente Samper viene accusato
di avere finanziato la propria campagna elettorale col denaro del narcotraffico.
Peggiorano le relazioni col governo USA, con la conseguente “balcanizzazione”
degli apparati militari colombiani.
1996 Negando prove evidenti, il Parlamento
colombiano proscioglie Samper dalle accuse di narcotraffico, ma la relazione
con gli USA rimane difficile. Da agosto, le FARC e l’ELN svolgono
una massiccia offensiva contro le forze regolari, mentre i coltivatori
di coca organizzano proteste contro i programmi governativi di sradicamento.
1997 Crisi economica e sostituzione
di vari ufficiali delle forze armate e della polizia, accusati di non
rispettare i diritti umani. Viene ripristinato il trattato di estradizione
con gli USA.
1998 Il conservatore A. Pastrana diventa
Presidente della Repubblica, mentre diminuisce l’intensità
del conflitto. A giugno, inizia un tentativo di mediazione fra le FARC
e il governo, mediato dalla Chiesa tedesca. Nei 4 anni di Samper, si stima
che le guerriglie abbiano triplicato il loro contingente.
1999 Si succedono le trattative con
le FARC e l’ELN, interrotte dagli attacchi della guerriglia in varie
regioni del paese. Le FARC ottengono una “zona di distensione”
grande come la Svizzera.
2000 Varo ufficiale del Plan Colombia,
che inaugura una nuova stagione di presenza militare statunitense nella
regione. In questo modo, gli USA pianificano la ristrutturazione delle
forze armate colombiane, al fine di evitare la vittoria militare delle
guerriglie, ritenuta possibile.
2002 A gennaio, il Presidente della
Repubblica Pastrana decide di interrompe il dialogo con le FARC. Nei tre
anni di tregua, le istituzioni perdono credito di fronte alla popolazione
e alla comunità internazionale, mentre l’esercito regolare
è rafforzato dagli aiuti militari statunitensi che arrivano grazie
al Plan Colombia.
Álvaro Uribe, indipendente di destra, vince le elezioni presidenziali,
con un programma di lotta totale alle guerriglie.
2002-oggi Uribe promuove la militarizzazione
della società colombiana, per togliere le basi d’appoggio
alla guerriglia. Gli Stati Uniti finanziano la Iniciativa Antidroga Andina,
ufficialmente per ridurre l’offerta di stupefacenti dalla Colombia.
La produzione di cocaina in Colombia diminuisce sensibilmente, ma aumenta
in Perú e in Bolivia.
BIBLIOGRAFIA
Betancourt D., M.L. García, Contrabandistas, marimbeiros y mafiosos.
Historia social de la mafia
colombiana, Tercer Mundo Editores, Bogotá, 1994
Neri A., Pioggia di sangue. La guerra civile in Colombia,
L’Harmattan Italia, Torino, 2001
Tokatlián J.G., Colombia y Estados Unidos, problemas
y perspectivas, Tercer Mundo Editores,
Bogotá, 1998
VV.AA., Conflicto y paz en Colombia: consecuencias y
perspectivas para el futuro, 2003, dal sito: http://www. ideaspaz.org
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BIBLIOGRAFIA
Bibliografia
completa sul conflitto colombiano
LINKS:
http://www.cidob.org
http://www.derechos.org/nizkor/colombia/
http://www.hrw.org
http://www.wola.org
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