COLOMBIA

SCHEDA CONFLITTO


LA GUERRA CIVILE IN COLOMBIA

Per comprendere la natura della guerra civile colombiana, è necessario analizzare gli attori coinvolti, basicamente l’esercito regolare, i paramilitari di destra e le guerriglie di sinistra, senza dimenticare il narcotraffico. Inoltre, va considerata la dimensione tipica della politica colombiana, caratterizzata da élites che praticano la prevaricazione, il clientelismo e la violenza. Da decenni, tanto i detentori del potere economico quanto i loro acerrimi rivali, le guerriglie, concepiscono la forza come il principale strumento per modificare – o mantenere invariato – l’ordine politico. A questi attori, vanno aggiunti fenomeni rilevanti come il banditismo e gli interessi internazionali. Tanto il governo quanto le multinazionali statunitensi hanno inciso profondamente sulla politica colombiana sin dall’inizio del secolo scorso. Da qui, dev’essere eliminata la visione, molto diffusa in Italia, che tende a ricondurre le dinamiche del conflitto alla produzione e commercializzazione degli stupefacenti.
Oggi, la Colombia vive una realtà pressoché ignorata dai mezzi di comunicazione europei e caratterizzata dalla grande diffusione della violenza. I gruppi guerriglieri organizzano centinaia di sequestri di persona l’anno, i narcotrafficanti controllano porzioni di territorio come signori feudali e i paramilitari, con il placet dell’esercito, sterminano intere comunità di civili, se sospettati di coinvolgimento con qualche fazione della guerriglia. Le prime vittime del conflitto sono i civili, fra cui le tribù di indios: questi diventano oggetto della repressione dei guerriglieri e dei paramilitari se accusati di collaborare con la fazione nemica. Nel 1997, si stimavano circa 700.000 profughi interni, oggi si è arrivati probabilmente a due milioni e mezzo di rifugiati. Col pretesto di lottare contro le organizzazioni di narcotrafficanti, le autorità governative hanno combattuto varie forme di opposizione, armate e civili. Negli ultimi anni, il governo ha elaborato, in collaborazione con gli strateghi di Washington, il concetto di “narcoguerrilla”, che implica un’ipotetica saldatura fra ribelli in armi e cartelli del narcotraffico. La realtà è ben distinta da questa elaborazione, come dimostra il fatto che gli omicidi legati alla commercializzazione della droga non hanno mai superato il 6% del totale.
Decenni di conflitto – senza interruzioni significative – hanno provocato un’emergenza gravissima, quella dei rifugiati interni, stimati in due milioni e mezzo di colombiani. Se gli abitanti di una determinata area sospettano che essa si trasformi in teatro di operazioni belliche o di razzie, vendono i loro averi e – a seconda delle disponibilità – si rifugiano all’estero o si riversano nelle baraccopoli delle grandi città. Questo fenomeno porta a scenari urbani potenzialmente catastrofici, caratterizzati dalle tendenze che contraddistinguono le periferie di ogni metropoli dell’America Latina. Si tratta di zone fuori controllo, spesso prive di infrastrutture basiche, in cui il potere dello Stato è sostituito da quello di bande criminali di svariata dimensione e capacità organizzativa. Da questo punto di vista, la situazione delle periferie di Bogotá, Medellín e Cali (finora considerate come città tutto sommato esenti dai risvolti più cruenti della guerra civile) non promette nulla di buono poiché, ai problemi di criminalità legati allo spaccio di stupefacenti, si aggiunge una polarizzazione di carattere ideologico.
La natura e la complessità del conflitto colombiano richiedono una trattazione molto vasta e critica nei confronti della versione offerta dai media, che tendono a ridurre la guerra civile a un mero scontro fra Stato, paramilitari e guerriglie che si finanziano con il narcotraffico.


IL SISTEMA POLITICO
Storicamente, il sistema politico colombiano è stato segnato dal patto fra élites, divise ufficialmente fra conservatori e liberali e formate dai rappresentanti dei grandi proprietari agricoli. La vigenza di questo sistema bipartitico ha portato ad una profonda crisi di rappresentatività e all’immobilismo del sistema politico, a sua volta alla base dell’astensionismo e delle rivendicazioni, spesso violente, dei settori della società esclusi dalla gestione del potere. Fino all’inizio del decennio scorso, il regime colombiano era definibile come una “democrazia di facciata” che ricorreva da trent’anni allo stato di assedio per difendersi. Dagli anni ’80, sono proliferati sindacati di categoria, movimenti indigeni, di contadini, per i diritti umani, che hanno agito con la modalità dei cosiddetti paros cívicos, ossia scioperi su base locale che hanno portato a blocchi stradali e all’occupazione di edifici pubblici. La scarsa rappresentatività del sistema politico e le frequenti azioni di repressione nei confronti del sindacalismo rurale ed urbano hanno portato ad un indebolimento della vita istituzionale del paese, fattore alla base del rafforzamento delle guerriglie di sinistra.
In questa crisi si sono innestati i cartelli del narcotraffico, portando alla degenerazione completa della società. Anche se è errato ricondurre le ragioni del conflitto alla questione della droga, va puntualizzato che il potere di corruzione di questa permea la vita sociale colombiana da oltre 25 anni, lasciando immuni ben pochi attori. Oggi, il flusso del denaro sporco che invade la politica non viene più elargito spudoratamente in banchetti pubblici, ma è introdotto nel sistema finanziario internazionale ed entra camuffato nelle casse dei partiti. I sospetti – o meglio le certezze – relativi alla collusione fra politica e narcos si concentrano sui Presidenti Betancour (1982-1986) e Samper (1994-1998), mentre ci sono prove molto chiare di coinvolgimento nel narcotraffico relative al padre dell’attuale Presidente Álvaro Uribe.
Negli ultimi anni, grazie al denaro della cocaina, un nuovo gruppo di grandi proprietari terrieri sta prendendo le redini della politica nazionale, scalzando progressivamente la vecchia oligarchia rurale. In breve, la rendita fondiaria funge come canale di riciclaggio del denaro della droga.


LE GUERRIGLIE
Fra le decine di movimenti di ribellione armata che hanno operato o operano in Colombia, i più importanti sono le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC), la Unión Camilista – Ejército de Liberación Nacional (UC-ELN), l’ Ejército Popular de Liberación e il Movimiento 19 de Abril (M-19). Alcuni di questi sono nati negli anni ’60, altri fra gli anni ’70 e ’80. Nel corso degli anni ’90, alcune guerriglie hanno abbandonato le armi e si sono trasformate in partiti politici.
I predecessori di queste sono i movimenti di reazione alla persecuzione operata dal governo conservatore (1946-1953) e culminata con l’omicidio di Jorge Eliécer Gaitán, del 9 aprile 1948. In particolare, quest’avvenimento dà origine ad una rivolta che parte da Bogotá e si diffonde nei principali centri urbani del paese. La spirale di violenza politica iniziata nel 1948 si protrae per decenni e lascia un saldo di circa 300.000 morti.
La guerriglia più celebre e potente della Colombia è rappresentata dalle FARC, nate negli anni ’50 con matrice liberale dissidente, in seguito spostatesi a sinistra. Si tratta della formazione ribelle più longeva dell’America Latina fra quelle ancora in attività: il suo nucleo ha origine negli anni della dittatura militare (1953-1957) e si sviluppa nel successivo periodo caratterizzato dalla spartizione del potere fra liberali e conservatori. Le FARC, sorte ufficialmente nel 1964, hanno agito prevalentemente in aree rurali, giungendo a controllare porzioni consistenti del territorio colombiano e sostituendosi all’autorità statale. Come le altre guerriglie, le FARC si schierano ideologicamente a fianco dei più disagiati, con l’obbiettivo (irrealistico) della conquista del potere e della riforma agraria.
Sin dalla sua nascita, l’ELN si lega al governo castrista cubano e propone un vasto programma di riforme sociali. Negli anni ’70, la repressione governativa e le faide interne portano l’ELN sull’orlo dell’estinzione, tuttavia risorge grazie a una nuova dirigenza formata principalmente da elementi del movimento studentesco.
Le guerriglie sono il principale obbiettivo della violenza politica, tratto distintivo dello scenario colombiano sin dall’indipendenza. La persecuzione s’intensifica dagli anni ’70 per mano dei gruppi paramilitari, del narcotraffico e delle forze armate. In molte occasioni, è stato scoperto il coinvolgimento di membri dell’esercito colombiano in azioni di repressione di presunte basi delle guerriglie e in appoggio dei narcos. In concomitanza con il nuovo ciclo politico-economico degli anni ’90, le FARC sono giunte a raggruppare oltre il 40% dei 30.000 guerriglieri stimati in attività. In quella fase, si contano 56 fronti delle guerriglia, in 2/3 del territorio nazionale. Grosso modo, questa espansione qualitativa e quantitativa è il risultato della sconfitta dei due principali cartelli della cocaina. Attraverso i proventi della tassazione sul narcotraffico, imposti ai cartelli minori, e sull’estrazione petrolifera, l’ELN e le FARC offrono buoni stipendi a molti giovani che vivono nelle campagne, superiori a quelli delle stesse forze armate regolari.
Oggi, le FARC sono composte da almeno 10.000 combattenti, organizzati in oltre 70 fronti sostanzialmente autonomi fra loro. L’UC-ELN dispone di circa 5.000 guerriglieri e opera su una trentina di fronti. Nelle aree controllate, i ribelli mantengono l’ordine sociale e lasciano ai coltivatori della coca una quota più alta rispetto a quella elargita nelle altre zone di coltivazione dello stupefacente. Va ricordato che in molte regioni della Colombia, la coltivazione della coca rappresenta l’unica fonte di sostentamento per le masse contadine, mentre il governo continua a non offrire alternative sostenibili – in nome del libero mercato – e promuove le fumigaciones, cioè la distruzione dei campi di coca tramite lo spargimento di diserbanti nocivi per l’intero ecosistema amazzonico.


L’ESERCITO E I PARAMILITARI
Di fronte allo sviluppo delle guerriglie e alle loro pretese di influenzare politicamente le masse contadine e urbane, apparati dello Stato colombiano hanno elaborato dagli anni ’70 una strategia reazionaria, orientata dalla “dottrina della sicurezza nazionale”. Secondo questa strategia, promossa dagli Stati Uniti per contrastare in tutta l’America Latina l’avanzata delle forze progressiste, i governi hanno implementato un “conflitto di bassa intensità”. Da qui, alcuni apparati dello Stato colombiano hanno fomentato la creazione di un apparato paramilitare volto all’eliminazione selettiva degli oppositori politici, come i militanti di sinistra, i sindacalisti e i missionari scomodi. L’applicazione di questi principi ha implicato la repressione di importanti settori della popolazione contadina e dei sindacati, costituendo uno strumento delle élites finalizzato al controllo sociale.
È noto che molti membri dell’esercito regolare colombiano, collocati in tutte le posizioni della gerarchia, hanno partecipato a questi squadroni, attratti dall’ideologia, dalla certezza dell’impunità e dal migliore trattamento salariale. Grazie ad una normativa favorevole, membri delle istituzioni di pubblica sicurezza hanno predisposto delle squadre di paramilitari e le hanno dotate di armamenti. Con la finalità dichiarata di contrastare l’avanzata delle guerriglie, questi squadroni hanno coinvolto la popolazione di molte aree nella lotta armata e hanno creato un’atmosfera di terrore, eliminando centinaia di sindacalisti, di attivisti per i diritti umani e di politici dell’opposizione. Oltre agli omicidi selettivi e mirati, i paramilitari si sono macchiati di stragi vere e proprie di contadini sospettati di appoggiare le guerriglie. In tal modo, hanno associato la lotta armata alla protezione degli interessi elitari, come lo sfruttamento delle risorse naturali, il latifondo e il narcotraffico.
La partecipazione dei militari regolari ai “gruppi d’autodifesa” è nota dal 1983, mentre le testimonianze di molti ex-membri hanno permesso di conoscerne la composizione, le modalità operative e il grado di copertura offerto dagli apparati dello Stato.
Nei primi anni ’90, i paramilitari hanno collaborato con le truppe scelte del governo USA per localizzare e catturare Pablo Escobar, divenuto troppo scomodo nelle relazioni bilaterali. Oggi, il capo del cartello del Valle del Norte (Diego Sánchez Montoya), il trafficante più ricercato dal governo statunitense, finanzia lautamente i paramilitari e controlla, tramite un esercito privato, una regione occidentale della Colombia.
Negli ultimi dieci anni, i paramilitari hanno cessato di esistere come mero strumento guidato da forze esogene e si collocano come un attore dotato di una consistente autonomia nella politica colombiana. Cercando di darsi una struttura organizzativa più stabile, nel 1997 sorgono ufficialmente le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). La loro retorica ufficiale è moderata, spesso fanno ricorso ad alcune tematiche dello stato sociale care alla guerriglia, tuttavia la loro azione di repressione dei movimenti sociali e delle presunte basi della guerriglia è estremamente feroce. Uno dei loro leader, Salvatore Mancuso, è stato eletto deputato nel Parlamento colombiano.


IL NARCOTRAFFICO
Alle rivendicazioni degli attori in conflitto, si aggiunge la questione del narcotraffico, che ha reso celebre la Colombia a livello mondiale. Da molti anni, questo paese è il primo produttore mondiale di foglia di coca e di cocaina, come dimostrato i dati dell’UNODC (United Nation Office for Drug and Crime), inoltre i cartelli gestiscono produzioni di marijuana e di eroina.
Fino alla prima metà degli anni ’90, la commercializzazione della cocaina è portata avanti da pochi mega-cartelli. Le organizzazioni criminali di Cali e di Medellín sviluppano un grado importante di controllo del territorio e accumulano somme enormi di denaro facendo affari con i vertici della politica nazionale. In questa fase, il 65% del traffico di cocaina è controllato dai due cartelli principali, mentre circa 60 gruppi criminali di dimensione minore si spartiscono il resto. L’aumento del potere dei narcos è simbolizzato dall’elezione alla Camera di Pablo Escobar, leader del cartello di Medellín, avvenuta nel 1982. In pochi anni, i boss dei cartelli diventano personaggi popolari, grazie alla creazione di migliaia di posti di lavoro in aree depresse e influenzano la politica nazionale attraverso la rete di corruzione di autorità militari, giudiziarie e amministrative alimentata dal denaro della coca.
D’altra parte, si sviluppa anche il potere militare del narcotraffico, basti pensare che fra il 1985 e il 1989 si dimettono nove ministri della giustizia, in seguito alle minacce elaborate dai cartelli. Nel corso del decennio scorso, sono stati uccisi centinaia di giudici, politici, giornalisti e poliziotti.
L’inizio degli anni ’90 corrisponde anche alla crescita dell’allarme sociale causato dal narcotraffico, percepito come molto pericoloso dagli Stati Uniti. Il governo colombiano ripristina il trattato di estradizione con gli USA, mentre i cartelli riprendono la strategia degli attentati individuali e collettivi. Le politiche di repressione implementate dal governo colombiano, con l’ausilio degli USA, hanno decapitato i grandi cartelli, in seguito all’eliminazione o all’arresto dei leader più famosi. In seguito, si sviluppano vari cartelitos, ossia organizzazioni di narcotrafficanti di dimensioni ridotte e quindi di minore visibilità. Questi si dimostrano capaci di gestire una porzione rilevante del traffico di cocaina a livello mondiale, attraverso l’interazione continua fra loro e con organizzazioni criminali di livello internazionale, come la ‘ndrangheta e i clan mafiosi albanesi. Dalle ceneri delle grandi organizzazioni criminali è nato anche l’ultimo mega-cartello, denominato del “Valle del Norte”.
In tale congiuntura, caratterizzata anche da espropri forzati di piccoli agricoltori per mano del latifondo, le guerriglie si rafforzano e cessano di coprire un ruolo marginale nella politica nazionale, giungendo a dominare vaste aree del territorio nazionale. I boss della coca reinvestono i proventi in industrie e terre coltivabili, controllandone, secondo la polizia, circa il 42% a livello nazionale. Va ricordato che la questione della terra in Colombia è ancora irrisolta. Il 4% della popolazione detiene oltre il 65% dei terreni coltivati; in questi latifondi si trova la grande maggioranza delle coltivazioni dei prodotti – banane, caffé, canna da zucchero e cotone – destinati all’export. A peggiorare il quadro generale, contribuisce la coltivazione di papavero da oppio, da cui si deriva l’eroina. Questa è stata introdotta negli anni ’80, tuttavia è diventata rilevante dalla fine del decennio scorso. In questo modo, i cartelli stanno operando come concorrenti delle organizzazioni criminali asiatiche, specializzate nell’introduzione dell’eroina negli Stati Uniti.

Nel corso degli ultimi venti anni, la pressione del governo USA sulle istituzioni colombiane ha portato alla produzione di strumenti giuridici e a veri e propri interventi militari. In particolare, la Iniciativa Regional Andina e il Plan Colombia hanno utilizzato i pretesti del narcotraffico e delle cosiddette “narcoguerillas” per intervenire direttamente contro le FARC e l’ELN. Dal 1984, il governo degli Stati Uniti investe miliardi di dollari in armamenti e in addestramento delle forze armate colombiane, ufficialmente per fronteggiare un nemico allo stesso tempo rivoluzionario e protagonista del traffico mondiale di cocaina. Al fine di dimostrare questa saldatura, il governo colombiano ha prodotto prove che raramente non si sono dimostrate artificiali. La menzogna è quindi un elemento fondamentale della guerra civile, poiché ad essa si è ricorso tutte le volte che è necessario mascherare il fallimento delle operazioni militari contro FARC ed ELN.


LA RICONCILIAZIONE NAZIONALE FALLITA
Il processo di ricostruzione democratica e di riappacificazione delle fazioni in lotta, iniziato e fallito a più riprese, si è arenato a causa della crisi economica e dell’impasse politica.
Il nuovo corso di politica economica, implementato durante gli anni ’90, ha percorso la strada della liberalizzazione e della privatizzazione, avviando una parziale modernizzazione delle infrastrutture. L’andamento positivo degli indicatori economici non deve fare pensare ad un miglioramento complessivo delle condizioni di vita della popolazione. Il varo delle politiche neoliberiste ha lasciato insoluta una serie di questioni, quali l’aumento della sperequazione nella distribuzione del reddito, la violazione dei diritti umani e la penetrazione degli interessi del narcotraffico in tutti i gangli della vita sociale. Le migrazioni interne, originate dalla ricerca di migliori condizioni di vita e dal coinvolgimento in operazioni militari, hanno portato all’aumento dimensionale delle periferie urbane e alla “colonizzazione” di porzioni consistenti delle regioni amazzoniche, con pesanti conseguenze in termini di disboscamento. A ciò, vanno aggiunte le perforazioni seguite alla scoperta di nuovi giacimenti di petrolio, il cui sfruttamento è gestito da investitori internazionali.

Dopo il 1992, la Colombia è tornata in una spirale di violenza che non si è interrotta, mostrando il fallimento del processo di riconciliazione del periodo 1999-2001. Gli sforzi governativi per i negoziati di pace, intensi durante il mandato di Pastrana, hanno dato una dimensione politica al conflitto, facendo emergere i reclami di settori consistenti della società colombiana. In breve, i negoziati fra forze governative e guerriglie falliscono per l’ostilità di alcuni apparati reazionari dello Stato al dialogo con i ribelli e per le richieste formulate da FARC e ELN durante le trattative. Il governo ha rifiutato il progetto di riforma agraria, che ha trovato la feroce ostilità dei latifondisti, e il disarmo graduale delle guerriglie. A tale riguardo, le FARC e l’ELN non hanno voluto disarmarsi in risposta al clima d’impunità in cui hanno operato le organizzazioni paramilitari.
In generale, si è osservata una convergenza fra gli apparati statali e paramilitari contro il dissenso politico e armato: il governo, le AUC, i boss della mafia e i latifondisti si sono spesso fronteggiati, tuttavia hanno individuato un nemico comune nelle guerriglie e nelle formazioni della sinistra parlamentare. Quindi, i detentori del potere civico ed economico non possono che essere acerrimi nemici di quelli che da decenni sostengono la riforma agraria, appoggiano le rivendicazioni delle classi disagiate o sequestrano i ricchi.

Dal 2002, il governo di Álvaro Uribe, indipendente di destra sostenuto dall’amministrazione Bush, ha portato alla radicalizzazione del conflitto con le guerriglie e alla graduale legittimazione delle AUC. Se nel decennio scorso il fallimento dei negoziati di pace era implicabile alla mancanza di volontà del governo di affrontare le cause alla radice dello sviluppo delle guerriglie, fermandosi alla semplice smobilitazione dei gruppi armati, il nuovo corso è caratterizzato dall’applicazione della mano dura nei confronti delle FARC e dell’ELN. L’ex leader riconosciuto dei paramilitari – Salvatore Mancuso – è entrato nel Parlamento colombiano, nonostante gli Stati Uniti avessero incluso le AUC nella lista mondiale dei gruppi terroristi. Oggi, queste ottengono notevoli guadagni dalla commercializzazione degli stupefacenti, collocandosi come terza organizzazione di narcotrafficanti della Colombia.
Sull’altro versante, molte delle connotazioni ideologiche che hanno caratterizzato le FARC e l’ELN si sono affievolite, creando una situazione molto confusa: basti affermare che sono frequenti i casi di guerriglieri che passano alle AUC, attratti dal migliore trattamento economico. Il consenso di cui godevano le guerriglie fino a una decina di anni fa è diminuito, lasciando spazio all’indignazione popolare nei confronti delle azioni cruente compiute dalle FARC contro la popolazione e le infrastrutture civili. Queste hanno perduto parte dell’appoggio dei settori progressisti della popolazione, per rifiutare sistematicamente il dialogo e per adottare un atteggiamento egemonico nei confronti degli altri movimenti sociali e ribelli.

Nonostante le guerriglie abbiano sofferto varie sconfitte militari, la situazione non pare preconizzare una vittoria delle forze governative, elemento che invalida un esito non negoziale del conflitto. Tuttavia, il governo di Uribe ha promosso la risoluzione armata, lanciando un’offensiva – militare e non – contro le forze ribelli. In questi anni, l’esercito regolare, spesso coadiuvato dalle forze paramilitari, ha aumentato le offensive contro FARC e ELN, mentre il governo ha promosso la costituzione di alcuni strumenti di controllo sociale volti a fare “terra bruciata” nei confronti delle guerriglie, incentivando la collaborazione della cittadinanza con le forze armate. Nelle “zone liberate”, in seguito alle operazioni congiunte di esercito regolare e paramilitari, l’industria della cocaina è diventata fiorente, nella soddisfazione generale: il governo ricaccia il nemico n.1 e legittima la spesa militare, gli industriali non hanno ostacoli allo sfruttamento della manodopera, i baroni della coca fanno affari d’oro in quanto cessano di pagare la tassa alle guerriglie.
Gli Stati Uniti hanno mantenuto molto elevato il flusso di finanziamenti alle forze di sicurezza colombiane. Al di là della retorica della “narcoguerrilla”, Washington è decisa a contrastare gli attacchi ai suoi interessi economici in Colombia predisposti dalle FARC e dall’ELN, principalmente agli oleodotti e alle coltivazioni di frutta tropicale. Inoltre, varie multinazionali USA si sono impossessate di vasti territori ricchi di acqua, uranio e biodiversità.

Le notizie sul conflitto colombiano, diffuse dai media controllati dall’attuale governo conservatore, paiono preannunciare un’imminente sconfitta dei ribelli. Tuttavia, un’analisi più attenta, resa difficile dalla scarsità di informazioni attendibili, lascia pensare al fallimento del tentativo di sconfiggere militarmente le guerriglie. A peggiorare il quadro complessivo, contribuiscono le accuse rivolte da Uribe al Presidente venezuelano Hugo Chávez, accusato di fornire appoggio logistico alle FARC nel suo territorio. Per concludere, la guerra civile in Colombia pare molto lontano da una risoluzione, tanto militare quanto negoziata, a causa della disposizione degli attori coinvolti. L’arrivo alla Presidenza di una personalità progressista potrebbe costituire il primo passo verso la ripresa del tortuoso percorso verso la pacificazione.


CRONOLOGIA DEL CONFLITTO

1946 Vittoria dei conservatori alle elezioni presidenziali, con M. Ospina Pérez. Agitazioni operaie per l’aumento del costo della vita.

1948 Il dissidente liberale Gaitán si pone come elemento di rottura del patto di spartizione del potere fra conservatori e liberali. In aprile viene assassinato e i suoi sostenitori organizzano rivolte in tutto il paese. I militari intervengono per reprimere le sommosse.

1949 Vittoria elettorale del conservatore L. Gómez Castro, che reprime ferocemente l’opposizione e chiude il Parlamento. La Colombia è l’unico paese latinoamericano che invia truppe in Corea, al fianco degli Stati Uniti.

1953 I liberali e l’esercito costringono Gómez Castro alle dimissioni
La giunta militare di G. Rojas Pinilla adotta misure dittatoriali. Il paese vive in uno stato di guerra civile.

1957 Le manifestazioni di piazza, del clero e dei militari costringono il dittatore al ritiro. Una giunta militare provvisoria ripristina le libertà civili. Liberali e conservatori stipulano un patto per governare assieme, costituendo il Frente Nacional. Grazie a questo accordo, gli esponenti dei due partiti si alternano alla Presidenza per 16 anni.

1958 Il liberale A. Lleras Camargo diventa Presidente, per un periodo ricordato fra i più pacifici della storia colombiana. Risanamento dell’economia, riforma agraria e ascesa economica complessiva del paese.

1962 Vittoria del conservatore G. León Valencia alle elezioni presidenziali. Inizia una spirale inflazionistica, crolla il prezzo del caffé e si innescano manifestazioni di protesta in tutto il paese, duramente represse.

1964 Nascono ufficialmente le FARC, come reazione alla repressione governativa contro le formazioni contadine legate al Partido Comunista.

1965 Nascita della UC-ELN, in seguito ad un processo di radicalizzazione di alcuni settori del partito liberale.

1966 Il vecchio liberale C. Lleras Restrepo diventa Presidente della Repubblica, promuove la riforma agraria e indebolisce il banditismo e la nascente guerriglia filo-castrista.

1968 Nasce l’ELP, nella regione atlantica, come risultato dei conflitti sociali sviluppatisi in una regione caratterizzata dall’export di banane.

1969-1970 Agitazioni in tutto il paese, con contestazioni molto diffuse.
Nel 1970, M. Pastrana Borrero vince le elezioni presidenziali, ma il clima di rivolta incipiente porta alla proclamazione dello stato d’assedio fino al 1974.

1973-1974 Manifestazioni antigovernative in tutto il paese. Si succedono occupazioni delle università, agitazioni nelle campagne e occupazioni delle aziende agricole, dovute alla lenta implementazione della riforma agraria. L’attività di repressione ufficiale mette in difficoltà molte formazioni guerrigliere, costringendole a rifugiarsi nelle regioni amazzoniche.

1974 Scade lo storico patto di alternanza fra liberali e conservatori alla Presidenza.
Le elezioni presidenziali sono aggiudicate dal liberale A. López Michelsen, in una situazione di debolezza dell’opposizione e di vasto astensionismo. La guerriglia intensifica la sua azione nelle zone rurali e il governo proclama continuamente lo stato d’assedio.

1978 Il liberale J. Turbay Ayala è eletto Presidente, governa per 4 anni in un clima di progressiva militarizzazione e dittatura strisciante. Si registrano l’allargamento della protesta e 70.000 arresti. Inizia una forte recessione economica, attenuatasi solo nel 1986. Questa produce grande disoccupazione nelle città, mentre la lentezza della riforma agraria non incide sulla distribuzione iniqua delle terre coltivabili.

1981-1990 Le guerriglie vivono una fase d’espansione, successiva ad un processo interno di autocritica, volto ad eliminare settarismo e militarismo. Le richieste sociali formulate entrano nell’agenda del dibattito pubblico nazionale.

1982 Il conservatore E. Betancourt diventa Presidente, varando il primo piano per la pacificazione nazionale, teso a scalfire la crescente popolarità delle guerriglie. Proclamazione di un’amnistia e sottoscrizione di una tregua.

1984 Si delinea una divisione fra le FARC, propense a dare uno sbocco politico alla guerriglia con la creazione del partito Unión Patriótica (UP), e gli altri gruppi armati, propensi al lavoro in commissioni attive in vari settori.

1985 Sostanziale fallimento del progetto di riconciliazione nazionale. A ciò contribuiscono la mancata deposizione delle armi e lo scarso appoggio dei partiti tradizionali e dei militari. Gli apparati dello Stato contrari al dialogo finanziano le uccisioni dei militanti delle formazioni di sinistra (fra il 1985 e il 1989 oltre 3.000 appartenenti a UP sono uccisi dalle formazioni della destra extraparlamentare). L’M-19 e l’ELP rompono la tregua e a novembre membri della prima formazione occupano il palazzo di giustizia di Bogotá. L’esercito interviene e uccide 200 persone, fra cui molti giudici progressisti.

1986 Il liberale V. Barco vince le elezioni presidenziali, mentre UP ottiene il 4% dei voti.

1986-1990 Si assiste ad un graduale decentramento del potere statale, mentre la lotta al narcotraffico porta a grandi investimenti negli apparati repressivi (esercito e polizia) e i problemi sociali rimangono irrisolti.

1989 I cartelli uccidono L.C. Galán, candidato liberale alla Presidenza, ostile al negoziato con i trafficanti. I paramilitari assassinano i leader dei partiti M-19 e UP, in seguito a questi attacchi le FARC riprendono la lotta armata.

1990 Vittoria del liberale César Gaviria alle elezioni presidenziali. Gaviria promuove un governo di unità nazionale, che comprende anche l’M-19, e rilancia il dialogo con le guerriglie e i cartelli. In economia, adotta misure d’urto di tipo neoliberale.

1991 Nelle elezioni per l’Assemblea Costituente, l’M-19 si piazza al secondo posto dietro i conservatori, rompendo per la prima volta il duopolio elettorale conservatore-liberale. Viene approvata la nuova Costituzione, ultima grande speranza di ritorno alla normalità democratica. Una porzione considerevole dell’ELP decide di smobilitarsi, in accordo con il governo.

1992 Il paese ripiomba nel caos, in seguito agli attacchi dei paramilitari agli esponenti delle ex-guerriglie. Le FARC e l’ELN rompono la tregua, in un contesto di crescita qualitativa e quantitativa dei loro contingenti.

1993 A dicembre, reparti speciali dell’esercito colombiano uccidono il leader del cartello di Medellín, Pablo Escobar.

1994 Una frazione dell’UC-ELN firma un accordo di smobilitazione col governo di Gaviria. L’esercito colombiano, coadiuvato da reparti speciali statunitensi, svolge operazioni contro il cartello di Cali.
Il liberale E. Samper vince le elezioni presidenziali. Durante il suo mandato, lo Stato colombiano collassa in varie regioni.

1995 Il Presidente Samper viene accusato di avere finanziato la propria campagna elettorale col denaro del narcotraffico. Peggiorano le relazioni col governo USA, con la conseguente “balcanizzazione” degli apparati militari colombiani.

1996 Negando prove evidenti, il Parlamento colombiano proscioglie Samper dalle accuse di narcotraffico, ma la relazione con gli USA rimane difficile. Da agosto, le FARC e l’ELN svolgono una massiccia offensiva contro le forze regolari, mentre i coltivatori di coca organizzano proteste contro i programmi governativi di sradicamento.

1997 Crisi economica e sostituzione di vari ufficiali delle forze armate e della polizia, accusati di non rispettare i diritti umani. Viene ripristinato il trattato di estradizione con gli USA.

1998 Il conservatore A. Pastrana diventa Presidente della Repubblica, mentre diminuisce l’intensità del conflitto. A giugno, inizia un tentativo di mediazione fra le FARC e il governo, mediato dalla Chiesa tedesca. Nei 4 anni di Samper, si stima che le guerriglie abbiano triplicato il loro contingente.

1999 Si succedono le trattative con le FARC e l’ELN, interrotte dagli attacchi della guerriglia in varie regioni del paese. Le FARC ottengono una “zona di distensione” grande come la Svizzera.

2000 Varo ufficiale del Plan Colombia, che inaugura una nuova stagione di presenza militare statunitense nella regione. In questo modo, gli USA pianificano la ristrutturazione delle forze armate colombiane, al fine di evitare la vittoria militare delle guerriglie, ritenuta possibile.

2002 A gennaio, il Presidente della Repubblica Pastrana decide di interrompe il dialogo con le FARC. Nei tre anni di tregua, le istituzioni perdono credito di fronte alla popolazione e alla comunità internazionale, mentre l’esercito regolare è rafforzato dagli aiuti militari statunitensi che arrivano grazie al Plan Colombia.
Álvaro Uribe, indipendente di destra, vince le elezioni presidenziali, con un programma di lotta totale alle guerriglie.

2002-oggi Uribe promuove la militarizzazione della società colombiana, per togliere le basi d’appoggio alla guerriglia. Gli Stati Uniti finanziano la Iniciativa Antidroga Andina, ufficialmente per ridurre l’offerta di stupefacenti dalla Colombia. La produzione di cocaina in Colombia diminuisce sensibilmente, ma aumenta in Perú e in Bolivia.


BIBLIOGRAFIA


Betancourt D., M.L. García, Contrabandistas, marimbeiros y mafiosos. Historia social de la mafia
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Neri A., Pioggia di sangue. La guerra civile in Colombia, L’Harmattan Italia, Torino, 2001

Tokatlián J.G., Colombia y Estados Unidos, problemas y perspectivas, Tercer Mundo Editores,
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VV.AA., Conflicto y paz en Colombia: consecuencias y perspectivas para el futuro, 2003, dal sito: http://www. ideaspaz.org





 

BIBLIOGRAFIA

Bibliografia completa sul conflitto colombiano

LINKS:

http://www.cidob.org

http://www.derechos.org/nizkor/colombia/

http://www.hrw.org

http://www.wola.org